70 anni della NATO – Dalla fine della Guerra Fredda ad oggi

 

Con la fine della Guerra Fredda, il dissolvimento del Patto di Varsavia e della stessa Unione sovietica tra il 1990 e il 1991, è venuta meno la ragion d’essere della NATO, ossia la “difesa dalla minaccia sovietica”. I profondi cambiamenti politici verificatisi nell’Europa centrale e orientale a partire dal 1989 hanno radicalmente mutato il quadro in cui la NATO cercava di conseguire i propri obiettivi di sicurezza, conducendo all’elaborazione di un nuovo Concetto Strategico (1991), un documento attraverso cui i Paesi aderenti hanno aggiornato e reinterpretato alcuni dei principi ispiratori del Patto Atlantico. L’obiettivo primario era quello di individuare gli elementi di continuità nell’azione dell’Alleanza in un contesto internazionale in evoluzione, di formalizzare le innovazioni introdotte in un determinato lasso di tempo, e di definire il nuovo orizzonte strategico entro il quale la NATO era destinata a muoversi nel medio periodo.

Svanito il rischio di un conflitto su vasta scala tra il Blocco occidentale e quello orientale, è emersa gradualmente una moltitudine di nuove minacce e rischi per gli Alleati e i loro interessi di sicurezza. Queste nuove minacce sono sensibilmente diverse per natura, origine, modalità di risposta, nonché per il grado di urgenza con cui sono avvertite dai vari Stati membri.

Nel 1991, la volontà di affermare la propria rilevanza, anche dopo il quarantennale contrasto con l’URSS, porta la NATO a riconoscere come i conflitti nella periferia dell’area euro-atlantica, nonché altre minacce come la proliferazione di armi di distruzione di massa, riguardino direttamente la sicurezza degli Alleati; altrettanto forte era l’esigenza di codificare l’ampliamento dello spettro di “missioni” dell’Alleanza atlantica ad operazioni di risposta alle crisi al di fuori del territorio alleato.

L’intervento della NATO in Bosnia Erzegovina nell’estate 1995 ha costituito da questo punto di vista una svolta per l’Alleanza. Inizialmente, la NATO è stata coinvolta nella Guerra di Bosnia per sostenere le Nazioni Unite nell’applicare le sanzioni economiche, un embargo sulle armi e una zona di interdizione al volo. Queste misure hanno contribuito a frenare il conflitto e a salvare vite umane, ma si sono dimostrate inadeguate per porre fine alla guerra. Al contrario, la campagna aerea della NATO di 12 giorni ha aperto la strada all’Accordo di Dayton, l’accordo di pace che ha posto fine alla Guerra di Bosnia, entrato in vigore il 20 dicembre 1995. In base ai termini dell’accordo, la NATO ha dispiegato per la prima volta un ingente numero di forze militari, guidando una Forza di attuazione (IFOR), forte di 60.000 uomini per il mantenimento della pace in Bosnia-Erzegovina.

Il dispiegamento di IFOR è stato il primo importante impegno militare operativo terrestre dell’Alleanza e ha contribuito notevolmente a rimodellarne l’identità dopo la Guerra Fredda, fornendo importanti lezioni in termini strategici e militari.

Successivamente, nel 1999, la NATO lancia l’operazione “Allied Force”, per tentare di arrestare la catastrofe umanitaria che dilaga in Kosovo. Il 24 marzo 1999 ebbero inizio i primi raid aerei dell’Alleanza atlantica contro la Jugoslavia (Serbia-Montenegro). Durarono 78 giorni e furono decisi, per la prima volta senza l’approvazione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, dopo il fallimento di tutti i tentativi diplomatici per indurre l’allora presidente Slobodan Milosevic a porre fine alle repressioni e alla pulizia etnica in Kosovo ai danni delle popolazione kosovare di etnia Albanese e rom. Si conclusero il 9 giugno con l’accordo di Kumanovo (Macedonia) che prevedeva il ritiro dal Kosovo delle truppe serbe e l’arrivo di oltre 37 mila militari della KFOR, la Forza NATO presente in Kosovo ancora oggi con circa 5 mila uomini.

La NATO attraverso le sue prime operazioni militari riesce a cambiare, a modificarsi pur mantenendo la sua funzione primaria di preservare la pace e la sicurezza a livello globale.

Il 2001 diviene un anno cruciale per il destino dell’Alleanza Atlantica. In seguito agli attacchi terroristici dell’11 Settembre 2001, per la prima volta nella storia della NATO viene invocato l’Articolo 5 del Patto Atlantico, che sancisce l’impegno a considerare un attacco a un paese alleato come un atto ostile contro tutti i paesi membri. Ad esso ora si accompagna anche l’articolo 24 del secondo “Nuovo concetto strategico” della NATO (adottato a Washington nel 1999). Secondo l’articolo 24 si possono considerare rischi per la sicurezza anche “atti di terrorismo, sabotaggio e crimine organizzato, e la interruzione del flusso di risorse vitali”. Sulla scia di quanto affermato in questi due fondamentali articoli e dietro autorizzazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, la NATO ha dato vita alla missione ISAF in Afghanistan per contrastare i Talebani guidati da Osama Bin Laden e la rete terrorristica presente sul territorio.

La guerra innescata dall’intervento della NATO in Afghanistan (ancora in corso) è una delle più lunghe dei nostri tempi ed ha certamente causato un indebolimento dei movimenti terroristici nella regione, senza però riportare una vittoria, tanto che Donald Trump ha recentemente dichiarato di voler ridurre la presenza di contingenti militari in Afghanistan.

Se da un lato l’Alleanza atlantica era impegnata sul fronte militare, dall’altro proseguiva il processo di ampliamento della sua membership, arrivando a realizzare il c.d. “allargamento verso Est” e ad includere Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Romania, Slovacchia, Slovenia. Una misura fondamentale anche oggi, alla luce del rinnovato espansionismo russo.

A circa dieci anni dall’inizio della guerra in Afghanistan, si è aperto poi un nuovo scenario di crisi, rappresentato dalla Libia nel 2011. Nell’ampia cornice della Primavera Araba, il Paese cade infatti sotto lo scacco della guerra civile tra le forze fedeli al Colonnello Gheddafi e gli insorti. Il grado sproporzionato della forza utilizzata da Gheddafi per arginare le proteste ha spinto il Consiglio di Sicurezza a votare la Risoluzione 1973 che di fatto ha autorizzato “tutte le misure necessarie” per “proteggere i civili e le aree popolate sotto minaccia di attacco” e lo stabilimento di una “no-fly zone” sui cieli libici. Viene avviata cosi l’operazione aerea e navale NATO “Unified Protector”, che favorisce l’azione militare degli insorti, conducendoli alla cattura del Colonnello Gheddafi. L’intervento fu definito un “modello” da replicare in futuro e una delle operazioni di maggior successo nella storia della NATO. Quattro anni dopo il giudizio su quell’operazione è cambiato molto, in quanto prende in considerazione la mancata gestione della fase post-conflitto nella regione. Oggi la Libia è tornata ad essere un caos come nei momenti più tumultuosi della guerra civile. Nel vuoto lasciato dal crollo del regime si sono insediate milizie, bande armate e gruppi terroristici, rafforzando il giudizio di chi sosteneva il carattere destabilizzante dell’operazione NATO.

La NATO rappresenta oggi, dopo una fase di costanti evoluzioni, una realtà affermata, essendo l’organizzazione militare più utilizzata per l’imposizione del pieno rispetto della Carta dell’ONU e delle norme e convenzioni di Diritto umanitario e di Diritto bellico, delle risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell’ONU relative a situazioni di crisi di importanza globale.

 

 

 

 

 

 

 

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