Capire la vittoria di Trump. Intervista a Mattia Ferraresi

 

Il Centro Studi Americani ha recentemente avuto il piacere di ospitare Mattia Ferraresi, corrispondente da New York per il quotidiano Il Foglio, che in quell’occasione ha presentato il suo nuovo libro “La Febbre di Trump”.

In questo periodo, in cui il clima politico negli Stati Uniti è ancora in pieno fermento, abbiamo intervistato Mattia allo scopo di analizzare una nuova prospettiva e comprendere meglio alcuni aspetti della Presidenza di Donald Trump.

 

D. Trump ha cambiato pubblicamente la sua posizione su alcune delle questioni politiche determinanti nell’ultimo decennio, come pensi che sia stato in grado di ottenere la fiducia degli elettori americani?

R. Bisogna tenere conto di diversi fattori chiave. Un punto rilevante, trattato anche nel mio libro, è che Trump fosse già noto alle famiglie americane da almeno 40 anni. Un sondaggio che risale al periodo in cui Trump aveva annunciato per la prima volta la sua intenzione di entrare in corsa per la presidenza, mostrava che era già conosciuto dal 97% degli Americani. Sono quasi certo che, in termini di notorietà, questo fenomeno sia stato senza precedenti. Trump è incomparabile con qualsiasi altro Presidente. Tuttavia, come ho già detto, questo non è l’unico fattore che bisogna tenere in considerazione.

 

D. Nel tuo libro scrivi che gli Stati Uniti stanno attraversando una crisi che non è solo economica ma anche sociale. Puoi dirci qualcosa di più su quest’aspetto?

R. Sono fermamente convinto che attualmente vi sia una crisi sociale ed esistenziale, ossia una crisi che non può essere ricondotta solo a fattori di natura economica. Sebbene l’economia costituisca la parte più grande, tuttavia non è tutto. Solitamente uso come esempio la crisi degli oppioidi nel Midwest. E’ una crisi sanitaria molto grave, in cui un numero significativo della popolazione sta soffrendo. Ma non è questo il punto cruciale, anzi, questa crisi si può ricondurre ad un problema più grande, che è quello dell’identità. E’ sempre più difficile trovare risposta a domande come “Chi siamo?”. Ci sono comunità isolate che, per generazioni, si sono allineate a  determinati  valori e modelli. Questi valori potrebbero non esistere più oppure potrebbe essere la società stessa ad essere più frammentata. Perciò queste persone soffrono non solo perché non sanno come arrivare alla fine del mese, ma anche per la perdita della loro identità. Non sto dicendo che Trump sia la risposta a tutto questo, ma credo che lui sia stato in grado di capire qual era la vera domanda della gente.

 

D. In che modo pensi che Trump sia riuscito ad avere successo nella middle class?

R. Penso che negli Stati Uniti vi sia una sorta di tradizione in base alla quale le persone comuni siano rappresentate da uomini facoltosi. Non sto facendo paragoni fra le varie personalità, ma non è una novità il fatto che una famiglia benestante sia vista come una sorta di eroe della classe lavoratrice. La famiglia Roosevelt potrebbe essere un ottimo esempio. La distinzione che faccio è questa: c’è un tipo di benessere che nasce da un lavoro normale o comunque da qualsiasi cosa che sia collegata al modo tradizionale di guadagnare soldi in America, che secondo me viene percepita tuttora come positiva e virtuosa. In un certo senso penso che la storia dell’America sia costellata di persone collegate alla classe lavoratrice o alle classi meno abbienti poiché erano benestanti e pertanto andavano ad incarnare il “sogno americano”. La famiglia Trump ha prodotto denaro grazie agli immobili e alla pubblicità/intrattenimento, che sono fattori essenziali nel business americano.

“The Donald” ha sempre voluto porre l’accento sul fatto che non è connesso in alcun modo a Wall Street, proprio per dimostrare che non incarna quel prototipo di uomo ricco. Piuttosto ci tiene a mettere in risalto che è stato in grado di raggiungere la ricchezza nel modo tradizionale e che, specialmente suo padre e suo nonno sono state persone intelligenti, che hanno lavorato sodo per guadagnare soldi come fanno gli americani.

 

D. Perché pensi che sia importante guardare oltre l’elevato numero di critiche che Trump riceve?

R. La percezione pubblica di Trump è chiaramente plasmata dai media, che sono parte di quell’istituzione contro cui sta andando il Presidente. Sebbene sia già stato ancorato alla dinamica sociale di questo assetto, tuttavia non riflette esattamente il prototipo di candidato ideale/tradizionale del suo partito politico. Storicamente, il processo di candidatura e politico era accentrato nelle mani del partito. Le persone si conformavano alla percezione tradizionale che il partito democratici e repubblicani avevano. Nel momento in cui una figura cambia tale percezione, la reazione è per così dire isterica. Può essere paragonata a un topo che entra in casa: tutti urlano, ma quando si razionalizza l’accaduto, allora ci si rende conto che è semplicemente un topo. Penso che ci troviamo ancora nella reazione iniziale, che è anche comprensibile giacché riguarda qualcosa di nuovo in un sistema che pensavamo fosse perfetto o definitivo. Tuttavia adesso penso che sia importante andare avanti, perché attualmente rappresenta il potere più forte del mondo e 63 milioni di persone lo hanno votato. C’è un momento in cui la legittima indignazione nei confronti di un candidato “politicamente scorretto” si trasforma in chiusura mentale.

Le persone hanno anche il diritto a essere estremamente critiche nei confronti del Presidente, anche se attualmente ciò che stanno facendo è sostenere implicitamente che quei 63 milioni di persone, nella democrazia più potente del mondo, hanno espresso un voto che non ha senso. Come se avessero perso la ragione o siano stati in un certo senso ingannati con un lavaggio del cervello. Perciò è una grande responsabilità il fatto di assumere, dopo le elezioni, quel tono di resistenza e attacco. 

 

D. Trump è uno dei primi Presidenti ad essere particolarmente attivo sui social media. Pensi che i suoi mezzi di comunicazione, ad esempio i suoi tweets, siano efficaci? E che cosa ne pensi della questione delle “fake news”?

R. Sì, penso che siano efficaci, ma non credo che sia una cosa positiva. Ci sono molte persone negli Stati Uniti che non si fidano dei media “mainstream”. Non solo, ma sono anche molto scettici a riguardo. E’ stato così per decenni prima di Trump. Quando lui bypassa questo filtro costituito dai media e si rivolge direttamente alle persone, si sta muovendo in un contesto dinamico che già esisteva. Questo è diventato emblema di tutto ciò che è sbagliato. Il modo di diffondere determinate notizie è diventato ormai limitato perché internet mette in contatto persone che la pensano allo stesso modo. Trump è stato in grado di sfruttare questo fattore e di usarlo come uno strumento di propaganda elettorale. Obama è stato abbastanza perspicace nell’utilizzo delle sue risorse, dal momento che le ha sfruttate in un contesto diverso. Quando Trump afferma che le notizie della CNN sono false, non sta parlando alle persone che guardano la CNN. Anzi, sta solo rafforzando l’opinione di coloro che non la seguono e che già ne hanno una visione negativa. E’ facile per qualcuno creare un contatto con determinate persone dicendo loro ciò che pensano già. E’ come se vedessero che il Presidente stia confermando le loro credenze, e anche se non credo che sia una cosa positiva, tuttavia è molto efficace.

 

Di Natalia Hornik

 

 

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