Dazi USA-Cina, l’accordo resta ancora lontano

L’escalation infine non è stata disinnescata, nonostante le assidue trattative commerciali che hanno coinvolto le delegazioni di Cina e Stati Uniti.  Alla mezzanotte di Washington del 9 maggio (le 6 del mattino italiane) sono entrati in vigore i nuovi dazi annunciati da Donald Trump su 200 miliardi di dollari di beni targati Cina, imponendo un incremento dal 10 al 25%. La prospettiva di un dialogo e di un allentamento delle tensioni è rapidamente venuta meno e lo scontro commerciale ha raggiunto nuovamente il suo culmine.

La decisione di Trump ha preso forma in seguito all’esito negativo prodotto dal colloquio con la delegazione cinese, tenutosi a Washington la sera del 9 maggio. Il Presidente Trump ha fortemente criticato Pechino, accusando Xi Jinping di aver “rotto il patto” e di non perseguire alcuna “pacifica” via di uscita. “Non ho idea di cosa succederà. Vedranno cosa possono fare, ma la nostra alternativa è eccellente” aveva dichiarato il tycoon statunitense nella giornata del 9 maggio, rimarcando il fatto che le tariffe americane stavano facendo incassare all’amministrazione americana “miliardi di dollari”. Dopo un incontro con il rappresentante commerciale USA Robert Lightizer e il Segretario del Tesoro Steven Mnuchin, è stata formalizzata la scelta di incrementare i dazi. Dal canto suo, la Cina ha annunciato che “il rialzo delle tariffe non è una soluzione al problema” e che non resterà a guardare di fronte all’ennesimo guanto di sfida lanciato da Washington. Pur auspicando un incontro a metà strada tra Usa e Cina e una risoluzione dei contrasti con Trump tramite il dialogo, il vicepremier cinese Liu He, a capo della delegazione per i negoziati commerciali con gli Stati Uniti, ha ribadito che “Pechino ha la determinazione e la capacità per difendere i suoi interessi” e che l’adozione di “necessarie contromisure” in risposta ai dazi si appresta a diventare sempre di più una possibilità concreta.

La nuova ondata tariffaria si differenzia dalle precedenti e si profila come una “moratoria tecnica”. I nuovi dazi infatti non saranno applicati ai prodotti che hanno lasciato aeroporti e porti americani prima della mezzanotte e ciò lascia uno spazio di manovra di un paio di settimane, necessarie per il trasporto via mare verso la Cina e le sue dogane e sufficienti per annullare l’incremento decretato dai vertici USA. In tal modo, entrambe le parti, grazie all’intermediazione di Liu He e Lighthizer, garantiscono che la trattativa resti aperta.

Tuttavia, se fino a qualche giorno fa l’accordo tra le superpotenze sembrava prossimo alla chiusura, il nuovo round di colloqui ha ora messo in luce una difficoltà inaspettata e la migliore delle ipotesi è che il filo del dialogo non si spezzi. Già nelle prossime ore la Cina potrebbe mettere in atto la sua rappresaglia. Quando il primo pacchetto di dazi USA al 10% è entrato in vigore, Pechino ha risposto con tariffe che oscillavano tra il 5 e il 25% su una quota di 60 miliardi di prodotti importati dagli USA. Il presidente cinese Xi Jinping deve però tener conto di un margine di manovra più ristretto della propria parte politica in questo braccio di ferro. Se confrontiamo infatti le quote reciproche di export di entrambi i paesi, ciò che risulta evidente è che la quota americana verso la Cina è di gran lunga inferiore rispetto a quella cinese verso gli USA. La bilancia commerciale cinese verso Washington rivela a Xi la sua debolezza ed inferiorità in termini di dazi nei confronti degli Stati Uniti. Di conseguenza, diviene preventivabile, da parte cinese, una reazione di stampo diverso da quella tariffaria. Esistono infatti diverse altre misure di cui può avvalersi il Dragone, tra cui una serie di barriere non tariffarie come ad esempio il rallentamento per via burocratica dei controlli doganali o il blocco degli acquisti di merce americana, di cui la soia costituisce parte dirimente.

Risulteranno decisivi i prossimi incontri nei mesi di maggio e giugno, specialmente in vista del G20 che avrà luogo ad Osaka tra il 28 e il 29 Giugno 2019. Un’occasione che probabilmente potrà scrivere la parola fine ad una delle contese commerciali più imponenti degli ultimi decenni.

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