Digital Diplomacy e cyber-hacking: intervista al prof. Corneliu Bjola

Digital Diplomacy. Uno stravolgimento della comunicazione politica ed istituzionale venutosi a configurare solamente negli ultimi anni con l’avvento dell’era digitale. Ne abbiamo parlato con Corneliu Bjola, Professore di Studi Diplomatici al Dipartimento di Sviluppo Internazionale presso la Queen Elizabeth House di Oxford.

 

Prof. Borja, che definizione ha dato di “Digital diplomacy” nel suo nuovo volume che ha presentato al Centro Studi Americani?

La definizione di “digital diplomacy” è piuttosto semplice e va dritta al punto. Io parlo dell’uso delle tecnologie digitali per scopi diplomatici. La rendo semplici per diversi motivi. Prima di tutto, quando parlo di scopi diplomatici intendo avere a che fare con la crisi nella comunicazione, con la diplomazia pubblica, con l’impegno nella rappresentanza. Gli strumenti digitali sono in grado di sostenere tali obiettivi. In oltre, parlo dell’utilizzo: riguarda il proiettare trasmettere di un messaggio. Il mio libro spiega bene anche gli aspetti importanti che precedono la proiezione quali l’ascolto sociale, si deve comprendere bene il pubblico prima di iniziare a comunicare e promuovere un messaggio; il terzo elemento è il coinvolgimento, non solo bisogna ascoltare il pubblico o proporre un’agenda particolare per la discussione ma devi anche conversare, perciò ci possono essere diversi usi. Per quanto riguarda il mio libro, non parlo dei social media ma di digital technologies perchè i social media sono stati finora in primo piano ma adesso compaiono nuovi aspetti come l’intelligenza artificiale e la realtà virtuale.

 

Secondo lei, quali sono le differenze principale in termini di digital diplomacy tra US e l’Europa?

Non penso le differenze siano tanto tra USA ed Europa quanto tra chi comanda e chi esegue. All’inizio c’erano gli Stati Uniti e l’Inghilterra in Europa che progredivano. Successivamente, la Francia è diventata abbastanza professionale in questo e pochi altri paesi cercavano di raggiungerla. Ciò che credo sia interessante dei pionieri che sono al secondo livello, dei paesi come la Svezia, Israele, l’Australia è che il digitale è percepito come un modo per rinforzarsi diplomaticamente ed allargare la propria influenza. In questo modo, i paesi proteggono la loro capacità di influenzare e la consolidano. Coloro che hanno altri livelli di influenza digitale la usano come strumento per riempire le lacune, come la Spagna e l’Italia.

 

Riguardo la parte negativa della digital diplomacy, è possibile secondo lei creare un’organizzazione transnazionale capace di gestire questi aspetti?

Ci sono stati dei tentavi, non tanto per quanto riguarda la disinformazione ma il problema del cyber-hacking. Tali iniziative risalgono a qualche anno fa. L’idea era quella di creare una sorta di Convenzione di Ginevra con la quale contrastare gli attacchi-hacker ad ospedali, scuole ed istituzioni. E’ una idea sulla quale si sta ancora lavorando. La Microsoft ha partecipato a questi tentative di creare una Convenzione contro l’hackeraggio insieme ad altri. La disputa principale è sulla definizione di hackeraggio: c’è una differenza sostanziale per coloro che ricorrono all’hacking, è come un sabotaggio. Per altri paesi non va incluso lo spionaggio perciò c’è molto su cui lavorare. Riguardo la disinformazione, in Europa si tenta di creare dei dital media resoconti e line guida su come il pubblico e soprattutto i giornalisti possono anticipare e riconoscere l’informazione così da passarla ai lettori. Vari paesi hanno una diversa libertà di informazione: in Germania ce n’è un tipo, in Francia ce n’è un’altro… quindi sarebbe difficile soddisfare quell’avido bisogno di trovare una definizione di disinformazione da un punto di vista nazionale. Non mi aspetto rapidi progressi in questo campo ma dobbiamo fare altri tentavi per aumentare la resilienza e raggiungere i risultati.

 

Ganna Korniychenko