“L’America secondo Donald Trump”: intervista al giornalista Federico Rampini

Un “Trump forte” che mira a “ristabilire delle regole del gioco più eque nel commercio internazionale”. Questa è la visione di Federico Rampini, corrispondente da New York per la Repubblica dal 2009 ed autore del recente saggio “Le linee rosse”. Tra lo scandalo Russiagate e i dazi della White House, Rampini chiarisce le sue visioni sul ruolo che l’amministrazione Trump sta giocando nello scacchiere geopolitico, soffermandosi sui problemi del Medio Oriente e sulle difficoltà di costruzione del muro di separazione con il Messico. E la politica italiana? Rampini spiega perché media ed istituzioni USA ci riservino sempre meno attenzioni.

 

Rampini, parliamo di Trump: ennesimo cambio nello staff. Via Tillerson, dentro Pompeo. Un Presidente sempre più solo o sempre più forte?

“Un po’ tutt’e due. Non vorrei esagerare l’importanza dell’uscita di Tillerson, personaggio deludente perché non ha mai saputo influenzare il presidente né dirigere il Dipartimento di Stato (il fuggi-fuggi di diplomatici è anche colpa sua, non solo della politica estera di Trump). Tra le partenze recenti secondo me è più significativa quella di Gary Cohn, l’ex presidente della Goldman Sachs che ha lasciato l’incarico di capo dei consiglieri economici per il suo netto dissenso verso il protezionismo. Dunque Trump con la svolta dei dazi è più isolato dall’establishment industriale e finanziario. Un pezzo del partito repubblicano non lo segue. Ma al tempo stesso si sente più forte visto che le sue nomine premiano dei fedelissimi. Non sente il bisogno di allargare la squadra cooptando pezzi di establishment o personaggi che costruiscano nuove alleanze. Anche la linea dura contro Robert Mueller, lo Special Counsel che indaga sul cosiddetto Russiagate, è un sintomo che Trump si sente forte. Che la sua percezione di forza corrisponda alla realtà, è un altro discorso”.

I dazi sono stati criticati in tutto il mondo ma appoggiati dall’America profonda. Dove vuole arrivare il Presidente?

“Allo stato attuale i dazi sono una mossa più politica che economica. Gli effetti economici sono da valutare ma chi descrive un mondo alla vigilia dell’Apocalisse non è credibile. Per adesso anche parlare di guerra commerciale è eccessivo, semmai siamo alle scaramucce preliminari. Coi dazi su acciaio e alluminio Trump ha lanciato un segnale forte ad un nucleo di elettori che furono decisivi per portarlo alla Casa Bianca, gli operai della Rust Belt. Ho visitato di recente la capitale storica della siderurgia americana per un reportage uscito su Repubblica, a Braddock in Pennsylvania, e ho trovato una base operaia entusiasta per i dazi. E’ un presidente che mantiene le promesse elettorali e questo conferma nei suoi elettori la convinzione che non è un politico come tutti gli altri. A parte la mossa politica, dove vuole arrivare Trump? A ristabilire delle regole del gioco un po’ più eque nel commercio internazionale. Non ha torto. La Cina bara al gioco, lo sappiamo. E anche quando Pechino rispetta le regole, si tratta di regole definite vent’anni fa, asimmetriche ed estremamente favorevoli ai cinesi, perché all’epoca del loro ingresso nel Wto avevano un’economia poverissima che aveva bisogno di agevolazioni per integrarsi”.

Guardiamo al Medio Oriente. Dove arriverà lo scontro con l’Iran? Trump renderà effettivo il trasferimento dell’ambasciata a Gerusalemme?

“Il trasferimento dell’ambasciata a Gerusalemme è certo e avverrà a maggio. Non si tratta di uno strappo così traumatico come lo hanno descritto molti commentatori. Anzitutto è una decisione che il Congresso di Washington votò tanti anni fa e che gli altri presidenti avevano solo messo nel congelatore. Poi chi prevedeva che sarebbe stata la scintilla di una terza Intifada ha preso una cantonata. Io sono andato in Israele e nei territori palestinesi subito dopo quell’annuncio e di tensione ce n’era abbastanza poca, non più del solito. Quello che troppi osservatori europei e americani non capiscono, è che i palestinesi sono stati abbandonati dal mondo arabo, soffrono di un isolamento politico totale. Altra cosa è lo scontro con l’Iran. Qui il pericolo vero è che la Casa Bianca sembra avere subappaltato la sua strategia all’Arabia saudita, e questo può portare a mosse avventate”.

Pochi giorni fa Trump ha valutato una proposta di installazione di un muro in California. Qual è la situazione riguardo al suo progetto di costruzione del muro di separazione con il Messico?

“Anche su questo tema sono costernato dalla disinformazione che regna in Italia. Il Muro in California esiste dagli anni Novanta, lo fece costruire un presidente democratico, Bill Clinton. E’ una barriera armata che separa San Diego da Tijuana. Trump è andato là solo per visionare alcuni modelli pre-fabbricati che potrebbero essere scelti per prolungare il Muro in altre parti del confine. Paradossalmente la zona più fortificata della frontiera è proprio nella progressista California, mentre il tratto di confine meno dotato di barriere è in Texas, Stato solidamente repubblicano. Trump su questo fronte ha già ridimensionato alcune delle sue promesse. Si è rassegnato al fatto che costruirà solo dei pezzi di Muro, anche perché in certe zone le barriere orografiche sono insormontabili. Ironia vuole che in una roccaforte della destra come il Texas lui si scontrerà con delle resistenze ideologiche: i grandi proprietari terrieri che hanno tenute agricole attaccate al confine non ne vogliono sapere di essere espropriati dal governo federale per la costruzione del Muro. L’ideologia anti-Stato gioca di questi scherzi… Altra promessa elettorale che Trump non riuscirà a mantenere, ovviamente, è quella di far pagare al Messico la costruzione”.

Che visione hanno media, cittadini ed istituzioni degli Stati Uniti della situazione politica italiana?

“Zero o quasi. Nulla di nuovo sotto il sole? Finiti i tempi di Mussolini che era una popstar anche in America, con rare eccezioni come i tempi dell’eurocomunismo (Berlinguer) e delle Brigate rosse, i media e le istituzioni Usa dedicano sempre scarsa attenzione alla politica italiana; di conseguenza i cittadini americani (già poco curiosi delle realtà internazionali) ne sanno ancora meno. C’è stata qualche breve sussulto di attenzione di tipo aneddotico: al Bunga Bunga, per intenderci. Era un’epoca in cui il folclore berlusconiano divertiva gli americani. Ora che loro hanno Trump alla Casa Bianca, si divertono molto meno. Qualche articolo decente sulla politica italiana è uscito sui principali quotidiani in occasione dell’ultima tornata elettorale. Poi è calato il silenzio, come sempre. L’Italia peraltro ha un’ottima immagine tra gli americani per cento altre ragioni – dall’arte alla gastronomia, dalla qualità della vita al design – ma verso la nostra politica hanno un supremo disinteresse. Qualche fine intellettuale ha teorizzato, dopo l’elezione di Trump, che gli americani dovrebbero dedicare più attenzione all’Italia visto che più volte nella storia, da Gabriele D’Annunzio in poi, è stata un laboratorio di idee (o di mostri) che hanno poi contagiato altri paesi, America inclusa. Ma queste sono osservazioni da cosmopoliti eruditi, specialisti di scienze politiche, idee che circolano dentro una élite assai ristretta”.

Francesco Garibaldi

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