Il mio FBI e il modello di sicurezza americano – Louis Freeh intervistato da Roberto Arditti.

 

Roberto Arditti, direttore di Snaphot,  intervista Louis Freeh,  giudice federale e direttore dell’ FBI dal 1993 al 2001, in occasione della prima edizione del Prize for American Italian Relations del Centro Studi Americani, che lo ha visto ritirare il premio per la categoria giustizia e sicurezza lo scorso 12 dicembre 2016.

 

RA: Cominciamo con una questione fondamentale per la definizione dei nuovi scenari globali: l’analisi dei nuovi sistemi di sicurezza, in particolare quella digitale. Mr Freeh, può aiutarci a capire il nuovo modello internazionale?

LF: Credo ci siano due elementi importanti da tenere in considerazione. Il primo è che la minaccia alle infrastrutture informatiche e digitali non è ancora completamente nota a chi è esposto agli attacchi, sia che questi provengano da governi o da individui. Durante le ultime elezioni americane, è stata avanzata l’accusa che un governo estero o individui di uno stato estero fossero stati in grado di accedere a informazioni sui sistemi e server digitali per utilizzarle a scopi politici. A mio parere questo non è uno scenario possibile.

Ma assistiamo anche ad attacchi a istituti finanziari, banche, individui ai quali vengono sottratte informazioni per essere utilizzate per altri scopi. Credo che la portata del rischio non sia ancora stata ben identificata.

Il secondo elemento da tener presente è che, sebbene si cerchi di adottare misure protettive per salvaguardare le informazioni e rafforzare i sistemi sia a livello pubblico che privato, la semplice realtà oggi è che non esistono infrastrutture digitali sicure e che, mentre rafforziamo e costruiamo difese più efficaci, gli artefici degli attacchi trovano nuovi modi per oltrepassarle.

Ritengo che questa minaccia, al contrario di altre, non sia del tutto definita. Inoltre, non riesco a trovare prove concrete che esistano difese efficaci.

 

RA: Parliamo di equilibri. Da una parte abbiamo l’esigenza di garantire la sicurezza dell’individuo, anche attraverso l’accesso alle informazioni che il potere politico utilizza al fine di ostacolare la minaccia del terrorismo e la criminalità. Dall’altra, la necessità di proteggere la privacy delle persone. E’ possibile conciliare queste due esigenze?

LF: Non credo sia possibile un equilibrio perfetto. Uno dei nostri padri fondatori, Benjamin Franklin, le cui opere sono sicuro abbiate in questo Istituto, ha detto che l’idea di un buon governo si basa sull’equilibrio tra sicurezza e libertà. Se hai troppa sicurezza perdi una parte della tua libertà, se hai troppa libertà perdi sicurezza. Io credo che dal diciottesimo secolo il nostro governo si sforzi di conciliare questi due valori.

Vogliamo dare potere al governo per proteggere l’individuo, ma allo stesso tempo vogliamo che i diritti degli individui, e la privacy è un diritto importante, siano protetti.

Io penso che quello che vediamo nel nostro Paese, e probabilmente anche fuori dai nostri confini, sia il tentativo del governo di bilanciare libertà e sicurezza, ma a mio parere non sarà mai un rapporto equo. Si tratterà piuttosto di reagire a situazioni diverse in momenti diversi, con misure diverse, che potranno essere efficaci temporaneamente, ma probabilmente non nel lungo termine. Credo anche, però, che sia importante perseverare, perché altrimenti sarà più probabilmente la sicurezza a prevalere sulla libertà, e vivremo in un sistema più sicuro ma privo di libertà, e credo che la maggior parte di noi non lo vorrebbero.

 

RA: Negli Stati Uniti e in Europa proviamo a bilanciare questi valori. Mi sembra, invece, che in molti paesi, come Russia, Egitto e Cina,  il governo dia la priorità alla sicurezza e, solo eventualmente, alla privacy. Qual è la sua opinione in merito?

LF: Non credo dipenda solo dal governo ma anche dalle persone. In molti paesi gli individui si sentono a proprio agio sapendo di avere più sicurezza a scapito della loro libertà. Lo accettano come una condizione naturale, come una dimensione politica normale. In altre parti del mondo, negli Stati Uniti, in Europa, le persone sono allarmate e arrabbiate perché ritengono che il governo si prenda “troppe libertà” anche se per favorire la sicurezza generale.

In sostanza dipende dal sistema in cui funzionano e sono organizzate le istituzioni, ma credo anche che queste riflettano la volontà delle persone: se in Cina i cittadini, o la maggior parte di loro, volessero più libertà, la avrebbero.

 

RA: Nella sua esperienza di direttore dell’FBI, quale ricorda essere il peggior nemico?

LF: La nostra maggiore preoccupazione era il terrorismo, domestico e internazionale. E per quanto riguarda il crimine, il crescente traffico di droga.

 

RA: Per noi europei il modello americano di sicurezza nazionale non è facile da capire perché avete moltissime agenzie, mentre noi ne abbiamo solo tre o quattro nei nostri paesi.

LF: La struttura del nostro sistema è estremamente diversa e credo che la natura di questa diversità risieda nella sua origine particolarmente americana. Nel Diciottesimo secolo, quando il nostro governo è stato costituito, i nostri padri fondatori erano contrari ad uno “Stato pesante”. Così, quando hanno scritto la Costituzione, sia nel Bill of Rights, che limita i poteri del Presidente e del Congresso, sia negli articoli che conferiscono i poteri agli Stati, non hanno creato veramente un governo nazionale, bensì federale che non prevedeva un potere centralizzato per le forze di polizia, istruzione, sicurezza, esercito. Negli Stati Uniti abbiamo una struttura di potere estremamente decentralizzata, concezione peculiarmente americana, che deriva anche dal nostro rapporto storico con la Gran Bretagna.

 

RA: Lei crede che sarebbe meglio se negli Stati Uniti questo modello cambiasse?

LF: Negli Stati Uniti crediamo che l’eccessiva centralizzazione del potere porti all’autocrazia e a un più facile abuso. Per questo la nostra Costituzione prevede un Presidente molto potente, ma anche un Congresso molto potente, ed una Corte Suprema che può dire al Presidente “no, non puoi farlo”. L’idea è di frammentare il potere, non di concentrarlo in un solo posto. Penso che, anche se il modello dovesse cambiare un po’, la filosofia su cui sarà fondato rimarrà quella del “centro di potere decentralizzato”.

 

RA: Se guarda alla storia del FBI e alla sua attività che giudizio ne può dare?

LF: L’FBI è stato fondato all’inizio del Ventesimo secolo. Per i primi 25 anni, è stata un’agenzia piccolissima. Gli agenti non erano armati, non potevano eseguire arresti e non avevano poteri a livello interstatale. Poi nel 1934 il Congresso ha armato gli agenti e conferito all’FBI poteri d’arresto e giurisdizione interstatale per molti crimini.

L’Agenzia è rimasta molto piccola fino agli anni Settanta e Ottanta, quando ha acquisito ulteriore giurisdizione. Il Congresso le ha concesso l’autorità di operare fuori dagli Stati Uniti in collaborazione con altre organizzazioni, come ad esempio la Polizia, i Carabinieri e la Guardia di Finanza italiane. L’FBI si è espanso fino a diventare una forza dell’ordine internazionale, soprattutto in relazione a casi di terrorismo e legati ad istituzioni finanziarie. Nessuno vi riconoscerebbe l’agenzia costituita sotto il Presidente Theodore Roosevelt.

 

RA: Ricordo l’impegno degli Stati Uniti negli anni Ottanta e sotto il Presidente Reagan contro il traffico di droga in Messico, in Colombia, il lavoro contro i cartelli. Com’è la situazione oggi?

LF: Credo che molti di quei gruppi criminali si siano indeboliti e ridotti e che ci sia minore attività delle forze dell’ordine in quei territori. Inoltre in alcuni Stati è cominciata la legalizzazione di droghe come la marjuana. Non sappiamo se la legalizzazione si estenderà ad altre sostanze, ma se alcune droghe pesanti fossero somministrate sotto controllo medico, la domanda crollerebbe e il cartello fallirebbe. Per questo credo ci siano molti cambiamenti in questo ambito.

RA: Nell’indagine “Pizza connection”, in occasione della quale ha collaborato con Rudolph Giuliani e Gianni De Gennaro, il nemico da combattere era la mafia internazionale. Oggi la situazione è cambiata.

LF: La criminalità organizzata è ancora molto attiva, non solo in America e in Italia, ma anche in Asia, in America Latina, Est Europa. Quello che è cambiato è che il terrorismo internazionale è diventato la base di molte investigazioni congiunte, non solo con l’Italia, ma anche con altri paesi. E questo ha portato le forze dell’ordine a lavorare molto di più a livello internazionale.

 

RA: La cooperazione con le forze dell’ordine italiane nel corso di quella storica inchiesta prova una grande amicizia tra i nostri Paesi. Oggi il Prize for American Italian Relations vuole testimoniare la forte vicinanza tra l’Italia e gli USA. Cosa ne pensa?

LF: E’ un’amicizia straordinaria che è cresciuta negli anni Ottanta, al punto che avevamo squadre congiunte di agenti del FBI e italiani che lavoravano insieme in Sicilia e a New York. L’amicizia è stata rafforzata anche dalle vittime di quel periodo, il giudice Falcone, l’ufficiale Giuliano. Quegli eventi hanno rafforzato i legami e radicato i nostri rapporti. Liliana Ferraro, Gianni De Gennaro ed io siamo diventati ottimi e legatissimi amici attraverso la condivisione di quell’esperienza. E quell’amicizia ha migliorato il lavoro, ha fatto una grande differenza.

 

RA: Gli sviluppi politici nei nostri Paesi porteranno cambiamenti, ma io penso che l’amicizia continuerà comunque. E’ della stessa opinione?

LF: Si, io sono certo che continuerà. L’amicizia tra Paesi non si basa sui governi ma sulle persone e la nostra è davvero forte. Non posso pensare a un paese con cui ci sia più legame di parentela. Credo ci siano trenta milioni di italoamericani negli Stati Uniti, è la più grande combinazione etnica in America, fatta eccezione per i tedeschi, la cui storia immigratoria comincia prima.

 

RA: Cosa si aspettano gli americani dal nuovo presidente Donald Trump?

LF: Credo ci sia un’aspettativa molto alta. I cittadini si augurano che il nuovo Presidente risollevi  l’economia, crei occupazione e riporti lavoro negli Stati Uniti punendo la delocalizzazione delle industrie. Non so se sia realistico, considerata l’economia globale e i cambiamenti avvenuti nell’ambito degli scambi internazionali, del lavoro e dei mercati di altri paesi del mondo in crescita.

Il progresso nel settore economico e lavorativo non dipende tanto dal riportare lavoro nel Paese, ma piuttosto dal creare nuove possibilità. Se si pensa alla nostra industria petrolifera e del gas, dobbiamo constatare come oggi abbiamo meno posti di lavoro perché le compagnie si stanno spostando sui gas naturali, sull’energia solare, sulle energie rinnovabili.

Avrà notato dalla scorsa campagna elettorale che nel Paese c’è meno interesse per le relazioni internazionali, per il terrorismo, per la sicurezza nazionale. E’ stata quasi completamente un’elezione basata su questioni economiche ed è una considerazione che probabilmente vale anche per il Regno Unito e da voi in Italia con il referendum costituzionale.

 

RA: Se pensiamo alla costruzione del muro al confine con il Messico, alle relazioni con la Russia, e al pugno durissimo da tenere nei confronti di qualsiasi atto terroristico,  in Europa percepiamo l’arrivo di un grande cambiamento.

LF: Vedremo sicuramente un miglioramento delle relazioni con la Russia. Il nostro Presidente vuole una situazione meno tesa, meno costosa, meno rischiosa, e credo che di questo l’Europa beneficerà.

Il Presidente Trump ha anche reso chiaro che rafforzerà il settore militare e l’opposizione ai gruppi terroristi che mirano agli Stati Uniti e i loro alleati. Penso che assisteremo a molti cambiamenti interessanti.

 

RA: Voltando lo sguardo agli scenari internazionali, come pensa che il presidente Trump ridisegnerà la politica estera americana? Guardiamo alla Cina per esempio.

LF: Credo che il Presidente ridefinirà certe relazioni alle sue condizioni, e non possiamo ancora dire come questi rapporti verranno definiti. Ma penso che Trump non ritenga di dover ereditare le relazioni presenti, o dare per assodate le stime della CIA senza discuterle. Quindi non sono sicuro che si possa parlare di relazioni ostili, ma di nuove relazioni. Si parlerà del Mare cinese meridionale, della svalutazione della valuta cinese, dei disequilibri di scambio. Sono conversazioni che probabilmente sarà bene intraprendere. Non so dove porteranno, ma la Cina ha gli stessi interessi degli Stati Uniti, non hanno ragione di mettersi l’una contro l’altra. Hanno un interesse comune nell’assicurarsi che le due maggiori economie al mondo siano le più redditizie, è l’obbiettivo comune.

 

RA: Uno dei suoi più cari amici è Rudolph Giuliani. Lui era sicuro della vittoria di Trump.

LF: Si, ne era sicurissimo, lo aveva detto a tutti, non ha mai esitato e come abbiamo visto aveva ragione.

 

 

 

 

 

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