Italia e Stati Uniti davanti al COVID-19. Reazioni e prospettive

Tutti, prima o poi, immaginiamo di trovarci improvvisamente catapultati in uno scenario distopico. Influenzati dai romanzi di Isaac Asimov, o magari di Philip K. Dick o di Margaret Atwood, dai film Blade Runner o Matrix, dalle puntate di Westworld, Black Mirror, The Walking Dead, o semplicemente per gioco, o ancora per esorcizzare le paure più profonde, quelle che in fin dei conti sono legate alla mancanza di controllo sulle cose che ci sono sfuggite di mano o che non abbiamo mai potuto veramente afferrare.

Nelle ultime settimane, le notizie sul COVID-19 si sono rincorse a una velocità insostenibile. I primi bollettini dalla Cina, città di Wuhan, provincia di Hubei. Poi la diffusione nei paesi limitrofi, non si capiva ancora bene di che cosa: un’influenza un po’ più forte delle altre, più facilmente trasmissibile, pericolosa solo per le persone molto anziane o per chi avesse malattie pregresse. Una malattia che poteva trasmettere solo chi manifestasse i sintomi -tesi successivamente smentita. Nulla di più, un focolaio contenibile  in una  regione del  mondo a noi distante. Poi  l’isolamento del  virus “cinese” all’ospedale Spallanzani di Roma, il 3 febbraio, e gli applausi, meritatissimi, alle ricercatrici italiane che hanno raggiunto quel risultato per prime in Europa. Le accuse alla Cina di aver nascosto casi noti già da tempo, di aver messo a tacere i medici che li avevano segnalati. Le immagini di Wuhan, un’enorme città di 11 milioni di abitanti messa in quarantena e completamente deserta quando ormai non si poteva più negare l’evidenza. Da quel momento, la paura anche in Europa, anche in Italia: prima dei cittadini cinesi, o italiani di origine cinese, o turisti cinesi, poi degli italiani con l’accento lombardo.

Dalla scoperta del caso di Codogno, nell’hinterland milanese, del 21 febbraio -che ormai sappiamo, realisticamente, non essere il primo del vecchio continente- ad oggi, 5 marzo: scuole chiuse, università chiuse, eventi annullati, anziani a casa, bando alle strette di mano, distanze di sicurezza tra le persone. Una decisione del governo in carica, approvata con Decreto della Presidenza del Consiglio del 4 marzo e annunciata in conferenza stampa alle 18.20 circa. Finalmente, verrebbe da dire. Non perché la maggior parte di noi la ritenga necessaria- anche perché, semplicemente, la maggior parte di noi non ha gli strumenti per poterne valutare l’utilità- ma perché è una decisione univoca, chiara, presa da chi deve dare un indirizzo politico a questo paese e che pone fine ad una serie di tentennamenti e di scelte isolate che hanno aumentato il senso di incertezza dell’opinione pubblica. Il precedente DPCM, del primo marzo, riguardava solo i comuni e le regioni considerate “zona rossa” e “zona gialla”, quelli con il più alto numero di contagi registrati, tra Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna, dove gli ospedali sono già in sovraccarico, per quanto non al collasso, da alcuni giorni -incidentalmente, tra l’altro, si tratta delle regioni che vantano il miglior sistema sanitario in Italia. Perché dopo aver constatato non solo che il COVID-19 gira da mesi, ben prima di quando si è scoperto quello che è stato per giorni soprannominato il “paziente 1”, il trentottene di Codogno, è venuto a galla il problema più insidioso legato alla diffusione del virus: la mancanza dei posti letto nei reparti di terapia intensiva. Come quando, guardando un film o leggendo un romanzo, ci si inizia a rendere conto di quale sia l’elemento di distopia nella descrizione, abbiamo cominciato a realizzare cosa potrebbe succedere in un futuro non molto lontano: pur rimanendo bassa la percentuale della mortalità dei positivi al virus, se saliranno i contagi in modo esponenziale come è accaduto finora il problema ce lo daranno i numeri assoluti, non le percentuali. Secondo i dati del Ministero della Salute del 2017, i posti letto in terapia intensiva in Italia sono 4.629.

Ad oggi, i pazienti con complicazioni respiratorie da contrazione del COVID-19 ne occupano circa il 5% su scala nazionale e il 23 solo in Lombardia. Il rischio è quello di trovarsi con un sistema sanitario al collasso, senza possibilità di tenere in vita- perché è questo che succede nei reparti di terapia intensiva- tutti i pazienti che ne avrebbero bisogno, compresi quelli che non hanno contratto il virus. Il governo sta progettando un piano per aumentarli del 50 per cento e mettere a disposizione tutte le strutture, comprese quelle militari, per fronteggiare l’emergenza; la sanità privata ha promesso di ritardare le operazioni non urgenti per evitare congestioni. Questo, finora, è un possibile effetto dell’epidemia, non un evento certo. Quello che è certo è che l’economia ha già subito e continuerà a subire danni enormi, in parte legati all’interdipendenza economica globale che non consente certamente di uscire indenni se la Cina e i paesi limitrofi rallentano la produzione delle merci e il commercio, in parte, e per ora è l’effetto più evidente nella vita quotidiana, per il crollo delle presenze straniere e per la battuta d’arresto alla mobilità interna. Per citare solo un dato, il settore del turismo annuncia una perdita di oltre sette miliardi di euro in tre mesi. Per questo e per aiutare i genitori che continuano a recarsi sul posto di lavoro mentre i loro figli sono a casa, il governo ha stanziato 7,6 miliardi di euro di aiuti alle famiglie e alle piccole imprese per fronteggiare l’emergenza ma è abbastanza evidente che serviranno a tamponare, non a risolvere. Nel frattempo, i ricercatori dell’ospedale Sacco di Milano hanno isolato il “ceppo italiano” del virus, una notizia importante perché, dopo la Cina e l’Iran, l’Italia è il paese che conta il maggior numero di casi. E nel resto del mondo si percepisce che i focolai italiani moltiplicano il pericolo dei contagi: il 4 marzo, la CNN ha diffuso una mappa del mondo accompagnata dalla didascalia “casi di coronavirus legati all’Italia”, il Centers for Disease Control and Prevention (CDCP), l’autorità per il controllo e la prevenzione delle malattie statunitense, ha diramato un’allerta 3 per i viaggi verso l’Italia, sconsigliando di recarsi nel paese se non strettamente necessario e in ogni caso di osservare la quarantena di 14 giorni al ritorno, mentre molte compagnie aree private hanno sospeso i voli sulle tratte italiane. I viaggi da e per la Cina, salvo in caso di rimpatrio di cittadini statunitensi e in altre situazioni specifiche, sono stati sospesi per decisione del Dipartimento di Stato. Sono state le prime misure adottate a Washington, quelle per evitare il contagio da contatto con persone che vivono nelle aree a rischio. Come in Italia, non si stanno rivelando sufficienti. Negli Stati Uniti, i casi di COVID-19 di cui non si riesce ad individuare una causa diretta- e che indicano quindi che il virus è ormai ad una diversa fase di trasmissione- sono destinati ad aumentare da quel primo paziente “contagiato dalla comunità” in California il 27 febbraio. Per questo, il vicepresidente Mike Pence ha dichiarato che il CDCP amplierà i criteri per effettuare i test, cui verranno sottoposti migliaia di americani nei prossimi giorni.

Il numero dei morti totali nei 17 stati dove finora si sa essere arrivata l’epidemia è di 11 persone, dieci nello stato di Washington e una in California, su un totale di più di 160 casi registrati. Lo stato di Washington, al momento più colpito, ha accertato i primi casi positivi in un istituto di cura per anziani, i soggetti più fragili, in un sobborgo di Seattle e ha, per questa ragione, il più alto numero di decessi degli Stati Uniti ad oggi. Il governatore, Jay Inslee, ha dichiarato lo stato d’emergenza già da domenica, ordinando di mettere in campo tutte le misure necessarie per contrastare il fenomeno, avviando una precisa pianificazione e dando accesso a fondi speciali per aumentare il personale e le strutture a disposizione per fronteggiare l’emergenza.

Dopo il primo decesso legato al COVID-19 in un centro medico a nord di Sacramento, il governatore Gavin Newsom ha dichiarato lo stato d’emergenza anche per la California, annunciando lo stanziamento di 20 milioni di dollari per affrontare l’epidemia e la distribuzione di milioni di mascherine agli operatori sanitari che si prenderanno cura dei pazienti ricoverati. Il settantunenne deceduto in California è stato probabilmente contagiato durante una crociera sulla nave Grand Princess diretta in Messico -peraltro della stessa compagnia che possiede la Diamond Princess, bloccata per giorni davanti alle coste del Giappone finalmente evacuata anche dal capitano Gennaro Arma-, che ha successivamente proseguito il viaggio verso le Hawaii ed è attualmente bloccata in acque internazionali davanti alle coste della California per effettuare i controlli sui passeggeri.

Come per l’Italia -e il resto del mondo- il problema statunitense sarà quello della risposta medica all’emergenza annunciata. Con una differenza sostanziale: il tentativo di rallentare l’epidemia ha come presupposto fondamentale quello di conoscere l’entità del problema e di verificare di volta in volta i pazienti positivi. Chi ha timore di aver contratto il virus negli Stati Uniti e volesse effettuare il test però dovrà essere assicurato o avere un piano assicurativo che preveda quantomeno una franchigia bassa prima di avere diritto al rimborso. Inoltre, ad oggi, né le assicurazioni private né i programmi pubblici Medicare e Medicaid- che comunque, come ha annunciato Pence, copriranno i costi dei test- hanno previsto regole speciali data l’eccezionalità della situazione, come ad esempio misure che consentano di ottenere prescrizioni per quantitativi maggiori di medicine in caso di quarantena o riduzione delle spese per tutta la trafila prima di effettuare il test, dalla visita all’eventuale ricovero.

L’apertura dell’amministrazione sembra esserci stata e i democratici, impegnati in una campagna per le primarie in cui tutti, con le dovute differenze, promettono di battersi per l’ampliamento dell’accesso all’assicurazione, sarebbero d’accordo. Resterebbero aperte diverse questioni, come la possibilità di congedo dal lavoro per malattia, non pagato per un numero molto alto di lavoratori a basso reddito. Bisognerà vedere, poi, se e come le percezioni cambieranno nel lungo periodo, tanto nella politica quanto nell’opinione pubblica. Se non altro, quest’epidemia ci sta invitando a riflettere sul tipo di società che desideriamo, sullo scenario migliore possibile, sia in Italia che dall’altra parte dell’oceano.

 

Alice Ciulla

Università degli Studi Roma Tre 

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