Corruzione e Destatualizzazione. Intervista al Prof. Giulio Sapelli

“La corruzione oggi non è solo una malattia dello Stato ma è una malattia della circolazione delle classi politiche”

 

In occasione della presentazione della rivista “Equilibri. Lo stato ibrido”, tenutasi presso la nostra sede Mercoledì 20 Febbraio, abbiamo avuto l’opportunità di intervistare il Professor Giulio Sapelli, storico dell’economia, discutendo alcuni dei temi cruciali che caratterizzano il dibattito accademico al giorno d’oggi. La Rivista parte dall’assunto che esistano oggi diverse declinazioni del concetto di Stato come ad esempio il Sultanismo e il Neo-Patrimonialismo.

Il tratto che accomuna queste diverse tipologie di Stato è indubbiamente la presenza della corruzione e del clientelismo. Durante l’intervista, il Professor Sapelli ci ha illustrato cosa è cambiato, negli ultimi anni, nei meccanismi di corruzione che coinvolgono la politica a livello globale, spiegando se esiste o meno, nell’odierno sistema capitalistico, una prospettiva per svincolarsi dalle citate dinamiche di corruzione e clientelismo.

“Uno dei punti cardine della Rivista risiede nel fatto che la corruzione costituisca oggi, nei diversi continenti, uno dei fattori che contribuisce ad aggravare l’attuale disgregazione ed indebolimento dello Stato tradizionale, dando maggior vigore ad un processo che prende il nome di Destatualizzazione. Normalmente, la corruzione è invisibile ma quando supera certi limiti diventa pienamente visibile e patologica esprimendo un grado di violenza attraverso l’alleanza con le economie criminali e le mafie”. Così si esprime il Professore, descrivendo la crisi di legittimità dello Stato e l’indebolimento cui è soggetto, anche a causa di pesanti forme di corruzione che dilagano negli Stati di tutto il mondo. In alcuni contesti, quando raggiunge un certo grado di visibilità, la corruzione può persino divenire un mezzo per scalare le gerarchie di partito. È quello che è accaduto recentemente in Cina – che il Professore menziona – dove il Presidente Xi Jinping ha utilizzato la corruzione come pretesto per condurre una lotta di potere interna al Partito ed eliminare i dissidenti.

Giulio Sapelli prosegue asserendo che “la corruzione non è altro che una pallida forma di un processo molto più pericoloso e cancrenoso in cui degli interessi privati si impossessano di segmenti dello stato e li piegano a logiche che non sono più pubbliche, in quanto non più volte a soddisfare gli interessi collettivi della Polis, bensì quelli di un numero ristretto di individui”. È un processo che ha ovviamente bisogno di due poli: l’uno coincidente con la disgregazione della burocrazia legal-nazionale e l’altro con la disgregazione del regno della legge. La legge, sia nella forma di Civil Law che Common Law, nasce per impedire un grado di violenza e fraudolenza all’ interno della società. Quando non riesce ad assolvere questo suo compito, la corruzione dilaga.

Oggi, stando all’illustre parere del Professore, l’Italia è un esempio della forza che ancora possiede il Neo-Caciquismo: una forma distorta di governo che si distingue per il passaggio dal clientelismo dei notabili al clientelismo della macchina di partito attraverso uno scambio occulto tra capi politici e imprenditori che finanziano la loro campagna elettorale.

“La corruzione oggi non è solo una malattia dello Stato ma – come avrebbe detto Gaetano Mosca o Vilfredo Pareto – è una malattia della circolazione delle classi politiche”. Il Professore non usa mezzi termini e mostra tutto il suo disappunto sostenendo che “la corruzione sia addirittura peggiorata negli ultimi anni, divenendo visibile, pervasiva e patologica e che “non esistano nel medio-lungo termine delle prospettive per svincolarsi completamente dalle dinamiche di corruzione e clientelismo nell’ odierno sistema capitalistico”. Sapelli ritiene infatti che la corruzione sia un meccanismo fisiologico non solo di un’economia capitalistica come quella attuale ma anche di un’economia di tipo centralizzato (come Cina e URSS), dove è possibile ravvisare ancora più corruzione, non essendoci da una parte alcuna concorrenza e dall’altra alcun interesse specifico delle forze dominanti che di frequente fanno emergere la visibilità della corruzione. Il professore indica infine una possibile via d’uscita sostenendo che “un capitalismo più temperato può sperare di rendere la corruzione attaccabile e porre dunque un freno ad uno dei fattori di disgregazione dello Stato.”

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