La cultura tra Italia e Usa: intervista a Francesco Giubilei

Amministrazione Trump e Governo Conte: Quali sono le affinità e le differenze politiche più evidenti tra gli Usa e l’Italia secondo Lei?

 

Un’analisi politica su un governo appena insediato è sicuramente difficile. Bisognerà vedere come l’esecutivo si comporterà alla prova dei fatti: possiamo fare una analisi sul programma di governo e sulle dichiarazioni che nelle ultime settimane stanno esternando i vari ministri, in particolar modo Salvini e Di Maio. Di sicuro, un’affinità tra Trump e Conte è stato il voto di rottura nei confronti del “sistema”. Non mi piace utilizzare il termine “élite” perché in Italia avrebbe anche un’accezione positiva, ma lo definirei invece “establishment” nel senso che sia Trump che Conte, come anche Salvini e di Maio, hanno accettato di rappresentare un malcontento diffuso nelle popolazioni americana ed italiana.

 

La differenza politica sostanziale tra le due sponde dell’Atlantico risiede nel fatto che Trump ha la possibilità di attuare più facilmente una politica a favore del cosiddetto “interesse nazionale” perché è il Presidente degli Stati Uniti, quindi della prima potenza economica nel mondo. Il tycoon è infatti libero di muoversi, soprattutto da un punto di vista economico, usufruendo della propria moneta. Dall’altro lato, il governo Conte, per quanto possa di cercare di compiere determinate operazioni, è chiaro che è imbrigliato all’interno di un sistema transnazionale, l’Unione Europea. Quindi, da un punto di vista economico, l’Italia ha le mani legate su molti aspetti soprattutto a causa dell’altissimo debito pubblico di cui il 40 percento è in mano esterna, oltre al fatto che non può controllare la propria moneta, l’euro.

 

Può la centralità del rapporto transatlantico rappresentare un elemento di continuità con il passato che il cosiddetto “governo del cambiamento” non può mutare?

 

Sì, come dicevo prima l’Italia deve cambiare le proprie posizioni nel contesto europeo. Basti leggere quando sta avvenendo in questi giorni in Europa, in particolar modo la collaborazione tra la Francia e la Spagna. L’Italia deve cercare anche dei partner strategicamente forti fuori dall’Europa. Inoltre, anche per una questione storica, gli Stati Uniti possono rappresentare un partner sia economico che culturale importante per il governo Conte.

 

Sul suo sito Nazione Futura ha parlato della cattiva reputazione del conservatorismo in Italia. Qual è il suo obiettivo pubblicando questa traduzione del libro di Kirk, considerato come la base fondante del conservatorismo americano?

 

Il principale problema del termine “conservatorismo” in Italia è il fatto che, diversamente dalle altre nazioni come gli Stati Uniti e soprattutto l’Inghilterra, dove c’è un partito di governo che si chiama proprio “partito conservatore”, nell’immaginario collettivo italiano questa parola ha una connotazione negativa. Oggi in Italia si dice che non bisognerebbe conservare ma cambiare tante cose e quindi riformare il sistema e il paese. Il nostro lavoro nasce proprio in virtù di una operazione culturale di sdoganamento del termine “conservatore”. Stiamo cercando di diffondere il pensiero conservatore nell’accezione positiva del termine pubblicando libri come quello di Russell Kirk, il primo di una serie di traduzioni che faremo nei prossimi mesi.

 

Da dove proviene questa connotazione negativa del conservatorismo di cui Lei parla?

 

Questa connotazione viene spesso confusa con un altro termine, “reazionario.” Una persona reazionaria vuole un ritorno aprioristico al passato affermando: “la società di oggi non mi piace, torniamo indietro venti, quaranta, cinquanta anni…”. Il pensiero conservatore accetta il tempo in cui vive e non rifiuta l’innovazione accettandola se è migliorativa della condizione in cui i cittadini vivono e se vengono mantenuti saldi una serie di valori, di principi permanenti, come afferma Prezzolini, uno dei più importanti conservatori italiani, che sono il rispetto per l’identità culturale, la famiglia e le tradizioni di una nazione. Valori che devono rimanere saldi nella società e nella vita di ogni cittadino.

Nazione Futura sta cercando di portare al centro del dibattito politico-culturale il termine e l’espressione “conservatore” nella sua accezione positiva da un punto di vista culturale, politico, prepolitico e metapolitico.

 

Quali sono le motivazioni che la spingono a voler lavorare per cambiare la cultura politica?

 

In Italia, soprattutto nel dopoguerra, da un punto di vista culturale c’è stata una predisposizione e una maggioranza culturale legata a un pensiero che possiamo definire “progressista” che si è realizzata perché i partiti e l’ideologia progressista sono riusciti a costruire un’egemonia culturale riprendendo la lezione di Gramsci espressa nei suoi famosi Quaderni. Così facendo hanno dato vita a una struttura formata da case editrici, giornali e anche nelle scuole a discapito della cultura conservatrice, cattolica e liberale.

 

In realtà in Italia è esistita e continua a esistere una forte cultura conservatrice. Il problema è che tra i pensatori, gli autori e i letterati conservatori, a differenza di quelli progressisti, tende a prevalere l’individualismo. Già Prezzolini nel suo libro “Intervista sulla Destra” spiegava questa tendenza.

 

Come Nazione Futura vuole rispondere al progressismo dominante nella storia italiana?

 

Quello che Nazione Futura vuole fare da un lato è riscoprire pensatori e autori come Prezzolini, Longanesi, Flaiano Montanelli, Volpe per far rinascere la corrente anti-progressista della cultura italiana e dall’altro lato riunire tutte le forze culturali e quelle che operano in questo ambito in Italia oggi. Faremo infatti un grande evento il primo settembre, che servirà come degli “Stati Generali,” cioè provando a riunire le voce conservatrice per sviluppare un messaggio unito d’Italia da un punto di visto culturale, politico.

 

Secondo lei, perché è importante introdurre i giovani nella sfera letterario-politica?

 

I giovani rappresentano il futuro del paese e della nazione. Se non si porta avanti un progetto culturale a partire dalla scuola è difficile far cambiare idea a una persona una volta che è cresciuta. Ciò non vuol dire promuovere un’educazione parziale e di parte ma una visione della storia e della cultura il più oggettiva possibile favorendo anche una riscoperta della lettura. Purtroppo siamo un paese in cui si legge molto poco: il 60 percento della popolazione non legge neanche un libro in un anno anche perché a scuola viene dedicata poca attenzione all’educazione letteraria, per questo è importante partire dalle giovani generazioni.

 

Justin Daniels

 

 

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