La NATO e l’opinione pubblica degli Alleati

Il settantesimo anniversario della firma del trattato istitutivo della NATO, oltre ad essere un traguardo in sé, ha rappresentato anche l’occasione per portare avanti una serie di riflessioni sullo stato di salute dell’Alleanza e sulle sue sfide future. A Roma, l’evento più importante in merito è stato organizzato presso il Centro Studi Americani, dove si sono riuniti l’Ambasciatore statunitense Lewis Eisenberg, parlamentari, docenti universitari, analisti e militari per celebrare l’evento e provare a riflettere sul futuro più o meno prossimo. Chi ha assistito all’incontro ha avuto spunti di analisi di diverso tipo. In questo breve articolo ci si soffermerà su un aspetto specifico: più interventi, specie dalla platea dei politici presenti, hanno sottolineato la necessità di informare l’opinione pubblica su cosa sia e a che cosa serva la NATO. Non si tratta certamente di un compito semplice. Non è possibile, infatti, aspettarsi che sia la NATO a sobbarcarsi il ruolo di promotrice di se stessa: spetterebbe ai governi, ai singoli membri, a quella parte di cittadinanza convinta del ruolo imprescindibile dell’Alleanza. Pur non sembrando essere un tema all’ordine del giorno nel nostro Paese, alcuni dati raccolti da istituti di ricerca italiani, europei e statunitensi, forniscono delle risposte sul sentimento dell’opinione pubblica nei confronti dell’Alleanza. L’Italia, del resto, è uno dei membri fondatori dell’Alleanza, incluso dopo i dubbi iniziali, e ha avuto un ruolo non di secondo piano nella strategia generale politico-militare nel corso della Guerra fredda. Anche oggi, come è stato evidenziato a più riprese nell’incontro di Roma, il Paese continua ad avere un ruolo non indifferente nell’indirizzare lo sguardo degli Alleati verso Sud (nonostante le difficoltà di definire chiaramente i confini del cosiddetto fronte Sud).

 

Secondo uno studio condotto dall’Istituto Affari Internazionali (IAI) e dal Laboratorio Analisi Politiche e Sociali (LABS) dell’Università di Siena presentato il 16 aprile al Senato, la maggioranza degli Stati membri conferma il proprio sostegno all’adesione del Paese nell’Alleanza atlantica: il 54% è favorevole alla presenza italiana nella NATO a patto di un ruolo più di rilievo dell’Europa al suo interno, mentre si registra un aumento di 4 punti percentuali di coloro che dichiarano di preferire che gli equilibri interni alla NATO restino immutati. Una percentuale minoritaria, il 12%, dichiara invece di preferire il ritiro dell’Italia dall’Alleanza perché il Paese diventi neutrale, mentre il 7% auspica la creazione di una forza di difesa europea. Dati in linea con quelli raccolti in precedenza dallo IAI e dal LABS oltre che dal Pew Research Center, un celebre think tank statunitense, che nel 2017 metteva in evidenza un sentiment favorevole all’Alleanza da parte del 57% degli italiani, rispetto ad un 27% che invece si dichiarava contrario.

Per quanto riguarda gli altri Paesi europei, secondo una rilevazione dell’istituto inglese YouGov, mentre nel 2017 quasi i tre quarti dei cittadini britannici approvava la partecipazione alla NATO,

 

oggi il dato si attesta intorno al 59%. In Germania, il supporto alla NATO è sceso dal 68% al 54% e in Francia dal 54% al 39%. In Danimarca e Norvegia, invece, è sceso dall’ 80% e 70% rispettivamente al 75% e 66% A questo calo, sottolinea l’istituto, non ha corrisposto un aumento delle percentuali di chi si dichiara contrario alla NATO.

Ben più dettagliati sono i dati proposti sull’opinione pubblica statunitense: secondo un recentissimo sondaggio Gallup, il 77% degli americani è favorevole al mantenimento della NATO. Un dato che è confermato dalla rivelazione del Program for Public Consultation della School of Public Policy dell’Università del Maryland. Tra gli argomenti più diffusi tra gli intervistati c’è la percezione della Russia come una minaccia e la convinzione che la NATO resti un simbolo utile per dimostrare l’impegno statunitense alla libertà e alla democrazia, mentre 82% sostiene che possa servire ad assicurare la continuazione del commercio libero tra gli alleati.

Tuttavia, stando alle rilevazioni, occorre fare una distinzione tra il prendere parte all’Alleanza e garantire la presenza delle forze militari statunitensi all’estero. Negli ultimi anni, il 51% dei democratici sostiene che gli Stati Uniti debbano giocare un ruolo negli affari mondiali, mentre la maggioranza dei repubblicani continua a credere che sia meglio che gli USA si concentrino sulle questioni domestiche piuttosto che su quelle internazionali. Numeri che variano ulteriormente se si prendono in considerazione diversi livelli di istruzione (il 66% di coloro che hanno un titolo di studio post-laurea sostiene che gli USA debbano avere una presenza attiva nel mondo, i laureati sono sostanzialmente spaccati a metà mentre chi ha un titolo di studio più basso sostiene per la maggioranza che sia meglio concentrarsi su problemi interni) o di età (il 48% di chi ha più di 50 anni sostiene che è meglio essere attivi a livello globale contro il 41% degli adulti fino ai 49 anni).

Si tratta di dati che, da soli, rivelano solo una parte del sostegno dell’opinione pubblica alla NATO. La facile obiezione riguarda, da una parte, il fatto che chiedere se si è favorevoli o meno all’Alleanza è una domanda molto poco concreta se non si scende nel dettaglio di cosa significhi farne parte né di quali sarebbero le conseguenze se questa non esistesse più e, dall’altra, il fatto che non è possibile riflettere sull’Alleanza senza metterla in relazione con altre questioni di politica internazionale. I sondaggi vanno interpretati e qui ci si limita a riportare alcuni numeri che, pur non smentendo, ridimensionano le interpretazioni di chi ritiene che la NATO sia ormai una struttura “obsoleta” tout court. Di certo però riflettono una tendenza, del resto comprensibile, a volerla riformare alla luce delle nuove sfide globali, sfide che arrivano dall’esterno e dall’interno dell’Alleanza e che sollevano interrogativi piuttosto che fornire risposte. Ad ogni compleanno si tende a fare un bilancio: settant’anni, per un’alleanza, sono molti e le occasioni di celebrazione devono essere anche occasioni di riflessione per il futuro.

 

Alice Ciulla e Giuliano Santangeli Valenzani, Università Roma Tre

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