L’economia del mondo sta entrando in recessione. L’analisi della Prof.ssa Adriana Castagnoli

L’economia del mondo sta entrando in recessione, se la contrazione sarà breve o duratura dipenderà dalla efficacia delle misure varate dai diversi governi. Ma questa volta non si tratta di un ciclo di espansione e di frenata come gli altri. Il Covid-19 si è introdotto in un sistema economico già fiaccato da molteplici squilibri e dai postumi della crisi finanziaria del 2008: debolezza delle istituzioni sovranazionali, crescenti diseguaglianze economico-sociali, proteste dei cittadini contro le condizioni economiche dei loro Paesi o di sistemi politico-economici che esasperano l’ineguaglianza, migrazioni epocali, cambiamenti climatici estremi, divario tecnologico, guerre commerciali, nazionalismi e sovranismi. I Paesi del G20 hanno da tempo livelli altissimi di debito e tassi di crescita relativamente bassi. Il danno economico originato adesso dal crollo della domanda aggregata e, insieme, dell’offerta potrebbe risultare fatale, innanzitutto, per la tenuta sociale ed economica dei Paesi con più elevato debito pubblico e, pertanto, con meno spazio di manovra per politiche di contenimento e di rilancio, come l’Italia.

La profondità degli effetti della crisi attuale dipenderà dal successo delle autorità nel contenere la pandemia con decisioni rapide e risolutive misure di sostegno monetario e finanziario. L’incertezza genera sfiducia, all’interno e fra Paesi, rendendo allettanti politiche autarchiche fino a ieri biasimate e aborrite. In questo scenario, le politiche monetarie e fiscali per ristabilire la fiducia, assicurare liquidità alle imprese e garantire un “reddito di crisi” a tutti i cittadini sono cruciali per compensare gli effetti recessivi sulle attività economiche del Covid-19, per prevenire malcontento e disordini sociali nella prospettiva della distruzione di milioni di posti di lavoro e per evitare di scivolare nella depressione come avvenne negli anni Trenta.

Nel cercare di evitare una recessione depressiva e per promuovere una rapida ripresa una volta che le interruzioni per contrastare l’epidemia si saranno attenuate, la FED ha adottato misure straordinarie senza limiti al QE e il Congresso americano ha approvato un imponente pacchetto di aiuti finanziari (2 mila miliardi di dollari) per sostenere i settori pubblico e privato in difficoltà. In Europa, seppur dopo l’incertezza iniziale, la BCE ha deciso misure per garantire sostegno finanziario agli Stati colpiti dalla crisi sanitaria e accesso al credito alle imprese (il Programma di acquisto per l’emergenza pandemica, con una dotazione finanziaria complessiva di 750 miliardi di euro, nonché i 120 miliardi di euro decisi precedentemente, pari al 7,3% del PIL dell’area dell’euro. E ha reso disponibili fino a 3.000 miliardi di euro di liquidità tramite le operazioni di rifinanziamento).

Tuttavia, queste armi monetarie e finanziarie non sono sufficienti per salvaguardare l’Europa. Occorre una visione di futuro comune. In una Unione europea in cui gli Stati-nazione hanno ancora potere di veto su tante decisioni vitali per il suo funzionamento, serve adesso un forte coordinamento politico, oltre che a livello sanitario, per assicurare i Paesi più deboli o più colpiti dell’Unione monetaria, prostrati anche da perdite enormi di fatturato, altrimenti l’intera costruzione europea sarà messa a repentaglio. Questo coordinamento implica atti politici di coesione e di coraggio come l’aumento del bilancio comune europeo e l’emissione di Eurobond. Sinora la cosiddetta Lega Anseatica, ossia i Paesi del Nord capeggiati dall’Olanda, nella reiterata contrapposizione narrativa fra cicale e formiche si è opposta a un aumento del bilancio comune europeo. Mentre nell’Eurogruppo la Germania continua a frenare sull’emissione di Eurobond, ma a livello nazionale ha previsto, fra le misure eccezionali per contrastare la recessione e per mantenere il controllo sulla sua economia, la nazionalizzazione parziale o totale delle aziende strategiche. I passi avanti pur compiuti dalla Commissione europea con la sospensione del Patto di stabilità e con l’attenuazione delle norme sugli aiuti di Stato alle imprese sono insufficienti ad allontanare il rischio di una ulteriore disarticolazione della Ue.

In Italia, la sofferenza è e resterà grave anche dopo la fine dell’emergenza sanitaria perché molta parte della sua economia si regge sul settore dei servizi che alimenta la domanda complessiva. In particolare, va velocizzato il sostegno alle piccole e piccolissime attività che, peraltro, costituiscono la linfa vitale delle economie nazionali in quasi tutti i paesi dell’Unione e non soltanto in Italia, e che adesso sono bloccate dalle misure per contenere la pandemia e per il distanziamento sociale. Minuscole attività professionali e commerciali, di servizio per il tempo libero e per la persona, cultura, turismo, ristorazione, molte condotte come imprese a gestione famigliare, sono i settori più colpiti dalle direttive emanate per contenere l’epidemia, mettendo così a repentaglio la tenuta economica e sociale di interi territori.

Secondo l’Economist, che ha comparato storicamente le conseguenze delle maggiori crisi mondiali, una ripresa rapida e generale non è sempre scontata. In passato, il recupero ha richiesto mediamente cinque anni. Dopo la seconda guerra mondiale, l’Europa occidentale godette di una crescita esplosiva grazie agli sforzi coordinati sotto la leadership americana con il Piano Marshall e con l’apertura dei mercati internazionali. Ma l’esito della crisi finanziaria globale del 2008 fu ben diverso. Perché le sofferenze del debito dell’area Euro, che seguirono, determinarono una ripresa lenta che ha lasciato l’Europa, e innanzitutto i Paesi con i conti pubblici in rosso, economicamente e politicamente vulnerabile a nuovi shock. Il nuovo debito contratto dall’Italia per reggere l’urto dell’epidemia, aggraverà la situazione dei suoi conti pubblici, a meno di una crescita a ritmi sostenuti superiore ai costi di finanziamento del debito stesso, e della emissione di titoli comuni a livello europeo.

Se vogliamo salvaguardare il sistema di valori e di vita occidentale, in Europa occorrono una visione di futuro comune e decisioni straordinarie. La crisi attuale, amplificata da Covid-19, è anche di sistema come dimostrano le manifestazioni sociali di malcontento, l’impoverimento del ceto medio, l’attrazione politica per le democrazie illiberali che l’hanno preceduta. Questa è l’occasione per riequilibrare, a livello europeo, le enormi sperequazioni di opportunità esistenti fra cittadini, aziende, territori adottando una “rivoluzionaria” politica fiscale comune. Altrimenti, il ritiro dalla globalizzazione può determinare -come alcuni analisti paventano- il sopravvento dei nazionalismi e dei protezionismi che condurrebbero al tracollo della cooperazione europea.

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