Nato: il fianco orientale e il futuro delle relazioni con la Russia. Intervista a Anders Fogh Rasmussen.

Le tensioni con Mosca hanno radici profonde nella società russa. La Nato in questa fase dovrebbe rafforzare la difesa territoriale ed essere pronta, se necessario, a inasprire le sanzioni. Mantenere l’unità transatlantica è un obiettivo cruciale”. Anders Fogh Rasmussen, ex Primo Ministro della Danimarca (dal 2001 al 2009) e dodicesimo Segretario Generale della Nato (dal 2009 al 2014), è stato ospite al Centro Studi Americani in occasione della seconda edizione del Forum Transatlantico sulla Russia. Al centro del suo intervento il progressivo deterioramento delle relazioni Nato-Russia. Da inserire in un quadro geopolitico complesso, in cui gli Stati Uniti sono ormai “poliziotto mondiale riluttante” e il Cremlino punta a espandere la sua influenza sull’Europa. La questione ucraina rimane per ora senza soluzione. In questa intervista con il Centro Studi Americani, Rasmussen spiega quale dovrebbe essere oggi la strategia della Nato. La pace rimane l’obiettivo, dice, ma i mezzi per raggiungerla potrebbero cambiare. Dati soprattutto alcuni sviluppi recenti – come l’esercitazione militare russa di settembre. Per l’ex Segretario Generale della Nato «peace through strength» rappresenta l’unica formula efficace.

1. A cosa si riferisce quando parla di «pace attraverso la forza»?

L’intero Occidente dovrebbe investire risorse più consistenti nella difesa, soprattutto territoriale. Che va rafforzata lungo il fianco orientale, per creare un forte deterrente contro un’eventuale aggressione russa. È un linguaggio che Mosca non avrebbe difficoltà a comprendere. Ma per portare avanti questo disegno è essenziale anche assumere una posizione ferma sulle sanzioni. E, se necessario, essere pronti a inasprirle.

2. La pace passa anche attraverso Kiev?

Assolutamente. È indispensabile che la Nato si assuma la responsabilità di fornire all’Ucraina una maggiore assistenza. Prima di tutto in termini militari, per aiutarla a potenziare le sue capacità di autodifesa. Ma anche sul fronte dello sviluppo di una più solida economia di mercato. E, di conseguenza, di una democrazia stabile, che si impegni con determinazione nella lotta alla corruzione. Un’Ucraina forte sarebbe l’arma più efficace contro Putin. Il popolo russo potrebbe comprendere che esistono alternative migliori a un regime autocratico».

3. Perché l’esercitazione militare Zapad voluta dal Cremlino lo scorso settembre ha così seriamente preoccupato i vertici della Nato?

Per diverse ragioni. In primo luogo, i limiti posti dalla nostre norme sul controllo degli armamenti sono stati superati. Per di più, l’esercitazione è stata frazionata in piccole parti e, con questa scusa, non annunciata nelle forme previste dalle regole in vigore. Eravamo anche preoccupati per la scarsa trasparenza. E per il rischio concreto che Mosca decidesse di lasciare nei luoghi dell’esercitazione, penso soprattutto alla Bielorussia, non solo l’equipaggiamento militare, ma anche una certa quantità di truppe.

4. In Russia c’è una percezione errata del ruolo della Nato?

Senza dubbio. E per questo una migliore e reciproca comprensione è oggi imprescindibile. La Nato è vista fondamentalmente come un grande nemico pronto ad attaccare. Ma, in realtà, non è affatto una minaccia. E nessuno Stato dell’Alleanza atlantica ha mai avuto l’intenzione di organizzare un’offensiva militare.

5. In Occidente, invece, cosa si fatica a capire dell’altra parte?

Si dimentica spesso l’altissimo grado di umiliazione che il popolo russo è convinto di aver subito. Prima di tutto con il crollo dell’Unione Sovietica. Poi con la conseguente perdita di territorio e la crisi economica degli anni Novanta. Non si può comprendere altrimenti il successo riscosso da un leader forte come Putin. Che, per i russi, ha ristabilito ordine e legalità.

6. Quanto influisce la prospettiva di un quarto mandato di Putin sulla messa a punto dei piani futuri della Nato?

È molto probabile che avremo a che fare con l’attuale capo del Cremlino per altri sei anni. Ma anche se così non fosse, non potremmo essere sicuri di vedere dei miglioramenti nel rapporto con Mosca. Le tensioni tra Russia e Nato vanno ben oltre Putin. E hanno radici profonde in ampie fasce della società russa. In questo quadro, potrebbe farsi strada un leader ancora peggiore nella nostra ottica.

7. Quale deve essere, dunque, l’architrave della strategia Nato in questa fase?

È fondamentale mantenere solida l’unità transatlantica. Sarebbe un disastro se Putin riuscisse a mettere i due poli l’uno contro l’altro. O anche solo a dividere Unione Europea e Stati Uniti. Che è certamente il suo obiettivo. Davanti a questo rischio, fermezza sulle sanzioni e un deterrente militare rappresentano la strada da seguire.

 

Intervista di Luca Livadiotti

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