Trump non è una fiction: intervista ad Anna Camaiti Hoster

1) Il titolo del suo libro “Trump non è una fiction. La nuova America raccontata attraverso le serie televisive” pubblicata da Mimesis, fa trasparire una leva provocatoria. Che messaggio intendeva mandare ai lettori con l’utilizzo di questo titolo?

Volevo tentare di trasmettere l’idea che, al di là del personaggio di pancia che non ha vinto con una strategia politica vera e propria, pur producendo cambiamenti di grande impatto quali, ad esempio, la spinta del partito repubblicano verso una sponda piu’ conservatrice e piu’ rigida, un personaggio che agisce più sull’onda di emozioni e passioni piuttosto che sulle negoziazioni, Trump  sta seriamente cambiando il volto del paese e del panorama politico americano. E dunque, in questo senso,  non e’ una fiction e non va preso assolutamente alla leggera. Non che io ritenga che le fiction siano cosa da non prendere sul serio. Anzi il contrario, come si vede dal libro, ma nella vulgata le serie televisive costituiscono semplice intrattenimento. Non per me. Trump, venendo dal mondo della TV, conosce molto bene e sa quali siano i trucchi dell’apparire in TV e li sfrutta al meglio o, forse,  per qualcuno, al peggio. Dunque neanche lui prende alla leggera il mezzo televisivo.

Ho scelto di parlare di politica attraverso le sertie televisive, perche’, come dice Carlo Freccero, le serie sono piu reali del reale e hanno insito nella costruzione dei loro meccanismi lo spirito del paese. In un senso assai piu’ profondo di quanto si possa immaginare. Riflettono i trend dell’immaginario collettivo di una societa’ e, nelle serie che ho analizzato nel mio libro, gli elementi che potevano far presagire l’elezione di Trump ci sono tutti. Inoltre, visto il suo feroce narcisismo, nel senso in cui e’stato definito da Christopher Lasch molti anni fa, Trump puo’ rappresentare un pericolo a livello nazionale e internazionale. E dunque non c’e’ affatto da sottovalutarlo. Forse puo’ non appassionare, ma certamente e’ da prendere sul serio e da tenere in considerazione. In fondo seppure  la politica e la democrazia  abbiano inizialmente  bisogno della passione, quelli che devono essere rivisti sono i canoni  fondamentali di quella ragione su cui poggiano e su cui sono nate. Il paese sta gia’ mandando segnali di cambiamento e, sono spiacente di dire, dopo trent’anni di permanenza negli States e con in tasca la cittadinanza americana, che non mi sembra siano del tutto positivi. Certo questo libro e’ stato scritto subito  dopo l’elezione di Trump e dunque ancora ci sono molte cose in gioco su cui mi posso sbagliare e sulle quali forse dovro’ anche riflettere ulteriormente. Forse anche l direzioni del cambiamento.

 

2) Lei scrive di un’America nuova da dopo l’11/9. Ci sono di valori che sono rimasti della “vecchia America” e quali invece sono nuovi??

I valori che sono cambiati sono i valori di un ottimismo genetico relativi alla speranza di un futuro migliore, il credere nel domani, la capacita’ di sognare  e il ruolo dell’eroe positivo. Addirittura Noam Chomsky parla di un incubo americano. All’11 settembre vanno aggiunti altri due eventi traumatici che hanno pesato nel mood del paese. Questi sono stati, oltre all’attentato alle  Torri Gemelle, la crisi finanziaria del 2008 e, nello stesso anno, l’elezione del primo presidente nero della storia americana. Questi avvenimenti hanno configurato una trasformazione nei valori e nello spirito generale che in alcune serie televisive di grande impatto appaiono gia’. Si comincia a sentire il bisogno di riaffermare la grandezza dell’America e allo stesso tempo si avverte la frustrazione che la crisi economica ha portato con se’ assieme a quel razzismo sopito, sempre rimasto dormiente nel corpaccione del paese e che si e’ risvegliato con l’elezioen di Barack Obama.  Questi tre elementi hanno contribuito alla scomparsa della positivita’ del self-made-man sostituito da un eroe negativo assoluto in pieno spirito da tragedia che la maggior parte delle serie televisvo da The Wire  fino a Breaking Bad hanno creato, rendendolo una figura popolare e perfino amata. Un beniamino.

Quello che rimane invece della “vecchia America” anche qui emerge dalle serie televisive ed è la capacità di raccontarsi senza pelle. Ad esempio, mentre nelle serie italiane si nota una edulcorazione degli obeittivi e dei personaggi che non da’ ragione del paese, gli americani si aprono la pancia, fanno harakiri, mettendo le loro budellal sul tavolo, i loro guts, e dicendo “ beh, noi siamo questo. Se vi piace e’ cosi’ e se non vi piace e cosi’ lo stesso”, con cio’ mostrando tutti i lati oscuri e piu’ tragici della loro esistenza. Hanno il coraggio di raccontarsi senza mediazioni,  di riuscire a rappresentarsi senza pieta’. Ed e’ questo  il valore che riuscirà a salvarli. Sono come un’araba fenice capace di rinascere dalle propie ceneri. Questi elementi permetteranno loro di guardarsi in uno specchio scuro e di risalire la corrente che li trascina verso il baratro.

3) Quali sono state secondo Lei le aspettative e le speranze che hanno spinto l’elettorato a scegliere Trump?

Gli elettori americani hanno individuato in Trump un personaggio anti-establishment che rispondeva non tanto a domande di trasformazione e cambiamento in senso evolutivo e progressista, ma soprattutto rappresentava uno che, Dio solo sa per quale motivo, hanno percepito come simile a loro, stanco della corruzione della politica  e dei giochi di potere di Washington. E stanco di una crisi esistenziale oltreche’ economica che si e’ protratta per lungo tempo. Senza vedere che The Donald e’ il rampollo di una famiglia ricca e milionaria della nuova borghesia newyorkese che dalla vita ha avuto tutto e che certamente ben poco sa dei problemi delle classi popolari. Eppure e’ riuscito in questo intento. E continua a godere del favore popolare forse anche perche’ fa appello a quel senso iimmediato e di pancia molto lontano dallo snobsimo delle elite democratiche che sono state percepite come distanti dallo spirito popolare.

È opportuno tuttavia chiedersi come mai, dopo aver avuto il primo presidente di colore che ha fatto anche delle riforme epocali per gli USA, si sia passati ad un presidente come Donald Trump che rappresenta proprio l’antipolitica. Durante la campagna elettorale, mi trovavo in America e non ho visto nel Midwest un cartello che diceva “Vota per Trump”. Ma allora chi lo ha votato? Certo in tanti perche’ e’ stato eletto. Adesso alla luce dei recenti scandali del Russiagate e di Facebook e’ lecito chiedersi se tutto sia stato davvero cosi’ trasparente. Ma cio’ non cambia la realta’. Infatti oltre a quella che viene chiamata white trash che si puo’ definire, in termini politici, come il sottoprletariato bianco e ignorante, anche parte della classe operaia e lavoratrice  e di sicuro della classe media lo hanno votato. Forse nella convinzione che rispondesse anche all’esigenza di colmare quella distanza che invece e’ stata percepita come appartenente ai rappresentanti del partito democratico. Il voto popolare ha rispecchiato il malessere di frange della popolazione, che la Clinton non è stata in grado di convincere e rappresentare. E dunque gli elettori hanno rivolto la loro attenzione altrove lontano da quei lidi che in anni passati avevano contribuito a creare un’immagine positiva e generosa del paese che adesso invece sembra rinchiudersi in se stesso.

 

 

Stefano Merenda

 

 

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