UN PANORAMA SUI TRATTATI AMBIENTALI PRIMA DI COP21

In vista del dibattito COP21: “Il cambiamento climatico oltre l’accordo di Parigi”, è sicuramente utile ripercorrere i vari steps che hanno caratterizzato il processo di avvicinamento a questo fondamentale trattato.

Il primo passo verso la stesura di un accordo internazionale sul clima avvenne nel 1988 con la creazione del gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (Intergovernmental Panel on Climate Change IPCC) da parte della World Meteorological Organization (WMO) e dallo United Nations Environment Program (UNEP). Il fine dell’IPCC era quello di fornire ai governi una visione scientifica dello stato attuale delle conoscenze sul cambiamento climatico e sui potenziali impatti ambientali e socio-economici. Il cosiddetto “Earth Summit” di Rio De Janeiro del 1992 portò all’adozione della “Convenzione quadro delle nazioni unite sui cambiamenti climatici” (United Nations Framework Convention on Climate Change – UNFCC). Il trattato poneva come obiettivo “la stabilizzazione delle concentrazioni dei gas serra in atmosfera a un livello basso per prevenire interferenze antropogeniche dannose per il sistema climatico”.

Il “Kyoto Protocol” del 1997 può invece essere considerato come il più importante strumento attuativo della UNFCC. Entrato in vigore solo nel 2005, il trattato impose dei limiti alle emissioni di CO2 dei paesi industrializzati, sancendo una limitazione sulle emissioni dovuta all’effetto serra e stabilendo tempi e procedure per il raggiungimento degli obbiettivi prefissati.
Il “Kyoto protocol” ad oggi è stato ratificato da 175 paesi dal momento che l’entrata in vigore necessitava di almeno 55 nazioni, le quali avrebbero dovuto ridurre del 55% le loro emissioni. Il protocollo mise a disposizione diversi strumenti per realizzare questo obiettivo al minimo costo possibile, tra i quali i cosiddetti “Meccanismi Flessibili” come il “Clean Development Mechanism (CDM)”, “Joint implementation” (JI) e l’”Emission trading”(ET).
Gli USA ratificarono il trattato il mandato di Bill Clinton, ma il successivo Presidente G.W. Bush optò per il ritiro dell’adesione. La scelta della White House non fermò città del Michigan e del New England dal cercare di applicare tali procedure a livello domestico.

Il Protocollo di Kyoto vide i paesi prendere i primi impegni nel 2008, quando l’Unione Europea ed altri trentasette paesi si impegnarono a ridurre le loro emissioni del 5% rispetto ai livelli del 1990 entro il 2012. In vista della scadenza nel 2012 del protocollo di Kyoto, la 15° Conferenza delle Parti della Convenzione Quadro sui Cambiamenti Climatici (COP15) del 2009, svoltasi a Copenaghen, stabilì che la soglia massima d’aumento dovesse essere di 2 gradi. L’accordo, non vincolante, stanziò inoltre i fondi per incrementare le tecnologie “verdi” nelle developing countries (30 miliardi di dollari tra il 2010 e il 2012 fino ad arrivare a 100 miliardi entro il 2020).  La Conferenza si concluse con un accordo tra i giganti mondiali come Stati Uniti, Cina, Giappone, UE ed i cosiddetti BRICS.

Nel 2012 il cosidetto “Emendamento di Doha” aprì il secondo periodo di impegno per i paesi sottoscrittori del Protocollo di Kyoto, i quali accettarono di impegnarsi entro il 2020 a ridurre le loro emissioni almeno del 18% rispetto ai livelli del 1990. Il successivo accordo sul cambiamento climatico fu stipulato in Perù. La “Lima Call for Climate Action” (Cop20) del 2014 riaffermò la necessita di una presentazione chiara e trasparente di un contributo nazionale di riduzione di emissioni da parte di tutti i paesi.

Infine, il recente “accordo di Parigi” (COP21), raggiunto nel dicembre del 2015, si fecero grandi passi avanti rispetto alla COP15. Uno degli obiettivi più importanti, inserito nell’articolo 2, fu quello di abbassare la temperatura globale ad almeno 1,5 gradi. In base all’articolo 4, invece, tutti i Paesi “dovranno preparare, comunicare e mantenere degli impegni definiti a livello nazionale, con revisioni regolari che rappresentino un progresso” rispetto agli impegni precedenti e “riflettano ambizioni più elevate possibile”. Il testo non fornisce una chiara road-map, né obiettivi a breve termine, ma si basa completamente sugli “Intended Nationally Determined Contributions” (INDCs) dei singoli paesi.

Sofia Mazzei
Stefano Merenda

 

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