Un Summit a Singapore: analisi e prospettive post-incontro Trump-Kim

Dopo una lunga fase di preparazione Donald Trump e Kim Jong-un si sono incontrati sull’isola di Sentosa a Singapore. Un incontro definito da molti storico: è stata la prima volta che un presidente statunitense in carica e un leader nordcoreano si incontravano.

Un Summit fino a pochi mesi fa difficile persino da immaginare, se si torna indietro con la memoria alla decisa accelerazione impressa da Pyŏngyang al suo programma nucleare, ma reso possibile un paziente lavoro diplomatico e ad aperture politiche prevedibili ma non per questo scontate.

Gli Stati Uniti e la Corea del Nord, in accordo con il desiderio dei popoli dei due paesi, si sono impegnati a stabilire nuove relazioni orientate alla pace e alla prosperità, riaffermando l’impegno per costruire un regime di pace duraturo e stabile per la penisola coreana.

Richiamando la dichiarazione Panmunjom del 27 aprile 2018, la Corea del Nord si è impegnata a lavorare per una completa denuclearizzazione della penisola coreana.

Per Kim Jong-un, il solo fatto di sedere al tavolo con Trump è stata una vittoria, a dimostrazione della sua capacità di pensare strategicamente.

Il leader nordcoreano, dopo aver costruito un proprio arsenale e raggiunto le capacità tecnologiche per colpire l’America ha ritenuto di aver conseguito il massimo livello possibile di deterrenza, tale da distogliere Washington da qualsiasi tentazione di regime change.

Così, ha deciso di giocare la carta dell’apertura diplomatica, innanzitutto verso Seoul (favorito anche dall’arrivo alla presidenza sudcoreana di una figura dialogante come Moon Jae-In) e poi verso gli Stati Uniti. Per Pyŏngyang dunque, l’apertura statunitense al confronto è il simbolo inequivocabile del riconoscimento del suo status geopolitico.

Dall’altra parte, l’amministrazione Trump ha fatto leva sulle pressioni esercitate dalle sanzioni, volute fortemente dal presidente e quanto mai efficaci.

Gli Stati Uniti hanno però assicurato che manterranno la barra dritta: a differenza di quanto accaduto in passato questa volta Washington non cederà alle mere dichiarazioni d’intenti di Pyŏngyang, ma si riterrà soddisfatta solo quando disporrà di prove certe della piena, totale e verificabile denuclearizzazione della penisola.

Quella che è sicuramente una vittoria diplomatica, deve però tramutarsi in una vittoria strategica. Gli Stati Uniti hanno ottenuto un risultato importante dall’incontro: obiettivi e una dichiarata volontà nel perseguirli e raggiungerli.

Perché non ancora una vittoria strategica? C’è ancora molto lavoro da fare. La Corea del Nord dovrà dichiarare apertamente tutto l’arsenale che possiede. Necessaria sarà anche la definizione di una road map dettagliata per la distruzione di tutto il materiale nucleare e la garanzia di ispezioni che rassicurino gli Stati Uniti dell’effettivo impegno nordcoreano.

Secondo molti analisti il punto davvero importante è questo: la Corea del Nord dichiarerà tutto, facendo emergere ciò che ancora non è stato mostrato?

Da una prospettiva strategica è davvero importante ricordare che la Corea del Nord, già nella dichiarazione congiunta del 1992 con la Corea del Sud, accettò di completare la denuclearizzazione.

Appena un anno dopo, Pyongyang si impegnò anche con gli Stati Uniti a rassicurare la pace e la sicurezza della penisola.

Quindi sebbene il Summit sia assolutamente un fattore rassicurante non solo per gli Stati Uniti, ma anche per Giappone e Corea del Sud, la prova del suo successo risiede nei difficili negoziati futuri.

Inoltre, la stabilizzazione della penisola coreana potrebbe depotenziare la Cina nel suo confine marittimo del Sud, oltre a tranquillizzare anche la Russia, in una zona essenziale dal punto di vista militare per Mosca.

Pechino rappresenta ancora il 90% del commercio esterno di Pyongyang, ma la politica di Xi Jinping, per quanto riguarda le sanzioni ONU verso la Corea del Nord, è arrivata ad un punto di non-ritorno.

L’interesse strategico cinese in questo caso risiede nella volontà di utilizzare il potenziale nucleare di Pyongyang per prevenire “il caos e la guerra” nell’intera penisola.

Pechino non vuole una Pyongyang vuota di minacce strategiche, ma desidera che siano calcolabili nell’equazione statunitense, per evitare il sovraccarico militare di Seoul, peraltro partner economico fondamentale della Cina.

Per quanto riguarda la Russia, l’interscambio con la Corea del Nord vale poco meno di 100 milioni di dollari l’anno. L’interscambio strategico, scientifico e militare è, ancora in questa nuova fase politica, essenziale sia per Mosca che per Pyongyang.

Appare importante considerare, per esempio, il passaggio ferroviario tra la Federazione Russa, a Vladivostok e il porto nordcoreano di Razon.

Inoltre, una parte delle reti Internet che arrivano nel territorio di Pyongyang viene dai “nodi” della rete russa ai suoi confini.

Peraltro, Mosca sostiene ancora, da sola, il legame tra la Corea del Nord e la Banca Mondiale. I russi premono inoltre per la creazione di una pipeline che faccia arrivare prodotti energetici sia al Nord che al Sud della penisola coreana.

 

Piero De Luca

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