Fase 2?

Sono passate alcune settimane da quando in moltissimi paesi del mondo, con tempi diversi, è iniziato il lockdown, cioè la chiusura delle scuole, delle università, di diverse attività economiche (perlopiù commercio al dettaglio ma anche varie fabbriche, sebbene, almeno in Italia, in un numero decisamente più basso di quello che suggerisce la parola) e la restrizione, spesso drastica, della mobilità delle persone. Gli effetti economici (e psicologici) si fanno sentire sempre più chiaramente. Secondo una retorica stucchevole e poco realistica, il Covid-19 sarebbe stata una “livella”, perché la malattia colpisce tutti, in modo indiscriminato. E invece né la malattia, né la morte, lo sono. Negli Stati Uniti, la maggioranza dei contagi e dei decessi causati dall’epidemia di coronavirus si conta tra le minoranze etniche. In alcuni casi, la stragrande maggioranza. Un dato che colpisce è quello di Chicago, una città in cui il 30 per cento della popolazione è afroamericana e dove i deceduti a causa del Covid-19 sono per il 70 per cento afroamericani. Lo stesso dato sproporzionato si registra in diverse altre parti degli Stati Uniti. Mentre l’emergenza sanitaria continua, anche se l’amministrazione Trump afferma con un certo grado di fiducia che il picco è passato (ma il picco è un dato che va valutato retrospettivamente, quindi diciamo che, per ora, se la situazione rimane invariata e se il numero dei contagi resta più o meno stabile, il picco sarà passato) da più parti vengono avanzate richieste per una riapertura dell’economia. Un dibattito molto simile a quello che ha preso piede in Italia. Con le dovute differenze, tra l’altro, le discussioni e i rimpalli di responsabilità si somigliano molto.

Secondo le stime dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL), nel secondo quadrimestre del 2020, nel mondo si perderanno circa 195 milioni di posti di lavoro. Negli Stati Uniti, ad oggi, circa 22 milioni di persone risultano disoccupate a causa delle restrizioni dovute alla pandemia. Si tratta perlopiù di lavoratori della ristorazione, del turismo, dei trasporti e del commercio e anche se i numeri non dovessero continuare a salire si tratta comunque di una cifra ragguardevole. Mentre il piano per aiutare le piccole imprese ha già esaurito i suoi fondi, l’Internal Revenue Service (IRS) ha cominciato la distribuzione degli stimulus checks a circa 80 milioni di americani. Non è una misura di sostegno al lavoro ma un modo per immettere liquidità nelle tasche delle persone. Gli stimulus checks sono assegni stabiliti dal CARES Act o Stimulus Bill approvato dal Congresso e diventato legge il 27 marzo scorso, che prevede l’erogazione di una cifra fino a 1.200 dollari per chi sia in possesso del Social Security Number (tranne coloro che sono a carico di qualcun altro, come i minori), ossia i cittadini, chi risiede legalmente negli Stati Uniti e chi detiene un regolare permesso di lavoro. Dalle tre categorie sono esclusi i lavoratori non regolari, che non solo sono moltissimi ma sono spesso quelli che operano nei settori oggi definiti essenziali come l’agricoltura (per ora solo la California ha messo in piedi un programma per erogare 500 dollari a testa agli irregolari, che rappresentano circa il 10 per cento della forza lavoro dello Stato).

La cifra degli assegni varia a seconda della situazione finanziaria personale: chi guadagna tra i 75.000 e i 99.000 dollari l’anno riceve una cifra inferiore, chi guadagna oltre i 99.000 dollari non riceve alcun assegno. Per ciascun figlio sotto i 17 anni, si possono aggiungere ulteriori 500 dollari. La maggior parte degli americani vedranno la somma comparire direttamente sul loro conto in banca ma per chi per diverse ragioni riceverà gli assegni cartacei i tempi saranno un po’ più lunghi, in parte perché il servizio postale degli Stati Uniti è piuttosto in difficoltà e in parte perché stamparvi sopra il nome di Donald J. Trump, come voluto dal Presidente, è una novità assoluta che necessita di qualche giorno di lavoro ulteriore.

La richiesta di riaprire l’economia anche per quei “settori non indispensabili” viene indubbiamente da chi gestisce attività economiche ma anche da alcuni membri dell’amministrazione e da vari esponenti politici, oltre che da think tank e gruppi conservatori (tra cui quelli che hanno organizzato delle manifestazioni in Michigan, Ohio e Kentucky, le cui immagini in parte ricordano quelle del Tea Party di alcuni anni fa). Questi ultimi, che in alcuni casi sono scesi per strada armati, hanno ricevuto sostegno da Trump stesso in una serie di Tweet in cui li incitava a combattere per la “liberazione” dalle misure giudicate troppo restrittive messe in campo dai Governatori democratici.

Durante la conferenza stampa dal Rose Garden di lunedì 13 aprile, il Presidente ha fatto sapere di avere in mente un piano per la riapertura del paese a partire dal primo maggio al quale gli Stati si sarebbero dovuti allineare, perché, parole sue, il Presidente ha “autorità assoluta” sulla questione. Chi avesse deciso di non seguire le decisioni governative ne avrebbe risposto personalmente. Le sue dichiarazioni hanno suscitato lo sdegno di diverse autorità (sia tra i democratici che tra i repubblicani) e della stampa, e su Twitter l’hashtag #dictatorTrump, è rimasto trending topic per diverse ore. In effetti, che il Presidente abbia l’ultima parola in fatto di gestione delle attività produttive dei singoli Stati non trova alcun riscontro costituzionale. Del resto, sono stati gli Stati a decidere, singolarmente e in autonomia, quando dichiarare il lockdown. Ciononostante, è indubbio che le linee guida rilasciate dal governo federale, pur non essendo vincolanti, abbiano un peso politico, al di là delle affermazioni superficiali dette per dimostrare di avere in pugno la situazione.

Nelle ore che hanno preceduto la conferenza stampa di Trump, due gruppi di Stati della costa est e ovest del Paese hanno cominciato a pensare ad una programmazione concertata per la riapertura, facendo presagire che i tempi sarebbero stati più lunghi rispetto a quelli auspicati dal Presidente. I Governatori della California, dell’Oregon e dello Stato di Washington, tutti e tre democratici, hanno successivamente rilasciato una dichiarazione congiunta, mentre il Governatore di New York Andrew Cuomo, ha telefonato ai suoi omologhi dei New Jersey, Connecticut, Pennsylvania, Delaware e Rhode Island (tutti democratici), ai quali si sarebbe aggiunto Charlie Baker del Massachusetts (repubblicano) per avviare una simile discussione.

Martedì 14, Trump ha annunciato di avere avviato le procedure per la creazione di un “Opening Our Country Council”, una task force di esperti del Governo, del mondo economico e della sanità che potessero programmare la cosiddetta fase 2. Non se n’è saputo più nulla, salvo che gli esponenti sono stati nominati da una lista tra i Great American Economic Revival Industry Groups”, che contiene i rappresentanti di diversi grandi gruppi statunitensi: Google, Apple, JP Morgan Chase, la Exxson Mobil, McDonald’s, alcuni sindacati delle costruzioni, ecc.

Con un cambiamento radicale della sua posizione, probabilmente dovuta al dibattito generato dopo la dichiarazione di lunedì, giovedì 16 Trump ha annunciato in conferenza stampa che gli Stati potranno decidere se e come avviare la fase 2 in autonomia a partire dal primo maggio e ha rilasciato delle nuove linee guida. Sono contenute in un  pamphlet di diciotto pagine intitolato “Opening up America Again” nel quale è illustrata una strategia in tre fasi (piuttosto vaghe): si dovrebbe passare dalla parziale ripresa delle attività solo per i gruppi non vulnerabili (anziani e persone con patologie serie resterebbero a casa), con cautele come il mantenimento delle distanze e la misurazione della temperatura corporea sul posto di lavoro, ad una semi-normalità in cui a tutti sarebbe consentito uscire di casa, salvo evitare comunque assembramenti molto numerosi. Un via libera politico a quegli Stati, specie a guida repubblicana, che vorrebbero cominciare ad ammorbidire le misure restrittive per riavviare l’economia. Ma anche una dimostrazione che i singoli Stati hanno un potere molto forte, che la leadership di Trump può essere messa in discussione dalla gestione della crisi sanitaria ed economica e che prevedere con certezza quali saranno gli effetti dell’esplosione della pandemia nel panorama politico statunitense è un esercizio ancora precoce.

Alice Ciulla

Università degli Studi Roma Tre 

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