COVID-19 E QUESTIONE IMMIGRAZIONE NEGLI USA

“In light of the attack from the Invisible Enemy, as well as the need to protect the jobs for our GREAT American Citizens, I will be signing an Executive Order to temporarily suspend immigration into the United States!”. Sono le parole contenute nel tweet lanciato la sera di lunedì 20 aprile dal Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che annunciava la firma di un ordine esecutivo per “sospendere l’immigrazione nel paese”. Comprensibilmente, il contenuto del cinguettio ha creato ansia e confusione, un po’ per la sua vaghezza e un po’ perché lasciava presagire un ulteriore salto di qualità rispetto ad un quadro normativo che, per quanto riguarda gli ingressi negli Stati Uniti, ha già subito netti restringimenti a partire dall’insediamento dell’amministrazione Trump.

L’immigrazione è stato un tema centrale della campagna elettorale del 2016, efficacemente sintetizzato dal dibattito acceso intorno alla costruzione del muro al confine con il Messico (che sta andando avanti e chiunque può seguirne l’evoluzione in streaming). Dopo la vittoria di Trump, le misure di regolamento dell’immigrazione sono state molte e hanno suscitato reazioni talvolta molto accese, come nel caso del cosiddetto “Muslim ban” del 2017, che ha passato il vaglio di costituzionalità alla sua terza versione e della sospensione del programma Deferred Action for Childhood Arrivals  (DACA) approvato dalla precedente amministrazione Obama su cui è ancora in corso una controversia giuridica che la Corte Suprema dovrebbe risolvere entro quest’anno. A questo si è aggiunto il rafforzamento del controllo dei confini, con un’intensificazione dei respingimenti alla frontiera che ha portato a una drastica riduzione del numero dei rifugiati, soprattutto (ma non solo) quelli provenienti dal sud America.

La pandemia di Covid-19 ha fornito una giustificazione in più a chi voleva implementare ulteriori limitazioni all’immigrazione. Il 31 gennaio, poiché si era compreso ormai che il nuovo coronavirus non avrebbe risparmiato gli Stati Uniti, il governo federale ha deciso di sospendere gli ingressi dalla Cina ai non cittadini americani o possessori di Green card che vi avessero soggiornato per i 14 giorni precedenti. Successivamente, sono arrivate le restrizioni agli ingressi dall’area Schengen e dall’Iran, poi al Regno Unito e all’Irlanda e, a metà marzo, l’amministrazione ha deciso di chiudere i confini territoriali a nord e a sud del paese, con il Canada e con il Messico, in accordo con i governi locali. A farne le spese non sono stati i turisti ma i migranti, inclusi i richiedenti asilo. È l’effetto di quanto stabilito dalla decisione adottata formalmente dal Center for Disease Control and Prevention (CDC), basata sul Public Health Service Act del 1944, che permette al governo di bloccare gli arrivi di tutti coloro che sono ritenuti pericolosi per la salute pubblica, anche se questo significa farli rimanere nei campi di detenzione per i migranti esponendoli a rischi concreti per la loro incolumità. Inizialmente adottata per un periodo limitato di un mese, dal 20 marzo al 20 aprile, è stata già prorogata di altri trenta giorni e non è assolutamente scontato che trascorsi questi sarà rivista, anzi.

Di fatto, quindi, i confini statunitensi erano già pressoché chiusi prima dell’annuncio del tweet del 20 aprile, che sembrerebbe peraltro aver colto di sorpresa il resto dell’amministrazione. Nella conferenza stampa del giorno successivo, Trump ha ribadito che alla base del suo annuncio c’era la sua volontà di “proteggere i lavoratori americani” e far sì che coloro che sono rimasti disoccupati a causa degli effetti della pandemia siano “i primi della lista” per quando ci saranno nuove offerte di lavoro. Nella stessa occasione, il Presidente ha chiarito alcuni punti della decisione, tra cui la limitazione temporale (60 giorni, estendibili) e il gruppo di persone che avrebbe riguardato.

Come sa chi ha viaggiato, studiato o lavorato negli Stati Uniti, il sistema del rilascio dei visti è complesso. A grandi linee, i visti possono essere divisi in due gruppi: i “non-immigrant” e gli “immigrant”. Chi fa domanda per un visto che rientri nel primo ha in programma di passare un periodo di tempo limitato negli Stati Uniti, nel secondo caso invece ha intenzione di rimanervi stabilmente. I criteri per ottenere un visto sono diversi tra loro ma sono principalmente legati al lavoro o allo studio, a particolari condizioni personali o a ragioni di ricongiungimento familiare. Per fare un esempio, nel Fiscal Year 2019 circa un milione di persone ha ottenuto lo status di residente permanente, ossia la Green card. Di questi, circa 570,000 risiedevano già negli Stati Uniti mentre 460,000 sono arrivati da altri luoghi. È quest’ultimo gruppo di persone che sarà toccato dall’Executive Order, intitolato Proclamation Suspending Entry of Immigrants Who Present Risk to the U.S. Labor Market During the Economic Recovery Following the COVID-19 Outbreak, firmato mercoledì 22. L’E.O. sospende la possibilità di accettare nuove domande per un visto permanente (cioè per ottenere la Green card) avviate da persone che non risiedano negli Stati Uniti al momento della sua entrata in vigore e non siano in possesso di altri visti. Dalla regola resta comunque escluso chi lavora nel settore sanitario, i coniugi di cittadini americani e i loro figli al di sotto dei 21 anni di età e una serie di altre categorie, tra cui chi rientra nel programma di visti EB-5 destinato a coloro che investono almeno 900,000 dollari in un’impresa americana con almeno 10 lavoratori.

L’ordine esecutivo non incide, perciò, sulla concessione dei visti temporanei di lavoro, che sono la maggioranza, e che vengono rilasciati a persone che svolgono diverse attività, specie nei settori dell’agricoltura e della cura personale ma anche delle imprese high-tech e di una serie di altre aziende. Pur non riguardando i familiari dei cittadini americani, l’ordine esecutivo avrà riflessi sui coniugi e i figli dei possessori di Green card.  Al di là del contenuto, il principio sul quale si insiste (e non è una novità) è quello della necessità di interrompere la cosiddetta “migration chain”, la catena delle migrazioni che sarebbe favorita dalla possibilità delle persone, anche prive della cittadinanza, che risiedono legalmente negli Stati Uniti, di essere raggiunte legalmente dai propri familiari, uno dei pilastri della politica dell’immigrazione americana.

Secondo il conduttore televisivo di Fox News Tucker Carlson, la misura presa dall’amministrazione, per colpa di alcuni suoi componenti ma non del Presidente, è troppo blanda, insufficiente a proteggere i lavoratori americani. Al contrario, i democratici al Congresso, tra cui il candidato alla vicepresidenza del 2016 Tim Kaine, si sono schierati contro l’ordine esecutivo accusando Trump di xenofobia e di cercare di sviare l’attenzione dalla sua fallimentare gestione dell’emergenza. Simile opinione è stata espressa anche dall’American Civil Liberties Union (ACLU) che ha esplicitamente accusato il presidente di sfruttare la pandemia per “portare avanti il suo razzismo”.

Se, fino a febbraio. la maggioranza degli americani si dichiarava contraria alla politica dell’immigrazione messa in atto dall’amministrazione Trump, secondo recenti sondaggi, le restrizioni all’immigrazione durante la pandemia raccolgono consensi bipartisan. Circa il 79 per cento degli americani, secondo un sondaggio USA Today-Ipsos, crede che il governo debba interrompere momentaneamente i flussi migratori per limitare l’espansione del virus, pur essendo maggioritaria la percentuale di persone che dichiara di non apprezzare il modo con cui l’amministrazione sta affrontando l’emergenza. Forse ha ragione chi sostiene che, in un momento di difficoltà dovuto all’emergenza sanitaria e alle sue ricadute economiche, il Presidente abbia voluto distrarre l’opinione pubblica dai suoi errori e riportare il dibattito sull’immigrazione, un terreno conosciuto e sul quale sa misurarsi con la propria base. Si può, tuttavia, cogliere l’opportunità anche per passare in revisione la politica sull’immigrazione del (primo?) mandato di Trump, un esercizio utile per comprendere meglio la politica degli Stati Uniti e i possibili scenari del post epidemia.

Alice Ciulla

Università di Roma Tre

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