Kamala Harris è ufficialmente candidata alla vicepresidenza degli Stati Uniti

di Alice Ciulla, Phd e ricercatrice in Storia degli Stati Uniti presso Roma Tre

Nella serata di mercoledì 19 agosto, una settimana dopo l’annuncio ufficiale, la senatrice della California Kamala Harris ha accettato l’investitura del Partito democratico statunitense a correre come vicepresidente di Joe Biden nelle prossime elezioni del 3 novembre. Lo ha fatto in occasione della terza ed ultima serata della “unconventional convention” democratica (così definita dalla presentatrice dell’evento, l’attrice Kerry Washington), che per ovvie ragioni non si è tenuta nella forma prevista originariamente ma con una serie di interventi video, registrati o in diretta, da luoghi significativi scelti dalla speaker o dallo speaker di turno (la senatrice Elizabeth Warren ha scelto un asilo del Massachusetts, l’ex presidente Barack Obama il museo della Costituzione di Philadelphia, per citarne due). A Milwaukee, in Winsconsin, la sala era pressoché vuota. Conteneva qualcosa che assomigliava più una cabina di regia che alla rumorosa Convention che avrebbe dovuto ospitare. Da lì è intervenuta Kamala Harris, per ultima, dopo voci importanti come quelle dell’ex Segretaria di Stato Hillary Clinton, dell’attuale speaker della Camera Nancy Pelosi e di Barack Obama. Il discorso della senatrice Harris, presentata dalle donne della sua famiglia, non ha sorpreso. Ha raccontato la sua storia personale, quella di figlia di padre giamaicano e madre indiana conosciutisi da grad students all’università e diventati genitori di due figlie, ha insistito sul legame con la cultura materna (meno con quella paterna, anche perché i genitori si sono separati quando aveva solo cinque anni) e a partire quella storia, la sua, ha lanciato un discorso generale sul razzismo sistemico degli Stati Uniti, sull’eredità del movimento per i diritti civili, sulle lotte per l’emancipazione femminile e sulla politica dell’immigrazione. “Nostra madre ci ha cresciute (lei e sua sorella) per essere due forti donne nere”. Kamala Harris ha fatto un bel discorso, misurato ma centrato, all’interno di una serata all’interno della quale non sono mancati attacchi all’attuale Presidente e all’establishment repubblicano, interventi amari come quello di Clinton o descrizioni spaventose, allarmanti e cupe degli Stati Uniti dell’era Trump come quella di Obama. 

Harris, lo si è detto nei giorni scorsi, era per Biden e il Partito democratico una scelta sicura, o meglio prudente. Non perché Harris non sia una politica capace di dire ciò che pensa ad alta voce, ma perché il suo nome circolava da tempo ed è espressione dell’establishment liberale non legato alle frange più a sinistra sui temi economici (sul resto, Harris si può considerare progressista quanto gli altri nonostante le critiche subite negli ultimi mesi dai movimenti contro gli abusi della polizia sulla popolazione afroamericana e nera in generale per come ha svolto il suo compito di Procuratrice generale della California. Il tempo scorre e le richieste di maggiore equità cambiano, in questo caso fortunatamente, si fanno più determinate e sarebbe ingiusto affermare che non ne sposi i princìpi). Non da ultimo, la candidatura di Harris è prudente perché gli attacchi che le rivolgeranno l’attuale presidente e il suo vice Mike Pence sono prevedibili: è donna, e ci saranno attacchi misogini. È nera, e subirà attacchi razzisti più o meno velati. A tutto questo abbiamo già assistito negli ultimi anni, sin dal 2008 grazie alla candidatura di Obama e verrebbe da dire da sempre verso le donne che ricoprono ruoli di potere. Tutto sommato, resterà il dubbio che Hillary Clinton abbia perso le elezioni del 2016 anche perché donna, dubbio che sarà difficile smentire o confermare. 

L’appello unanime dei democratici alla popolazione è quello di andare a votare per evitare di ritrovarsi nella situazione di quattro anni fa, quando la mancata partecipazione di alcuni segmenti della popolazione determinò la vittoria dei repubblicani. Di persona (Michelle Obama ha invitato a preparare e portare con sé diversi pasti per resistere nelle probabili lunghe file dovute alla necessità di distanziamento fisico), o via posta, quando e se si risolverà la controversia su quest’ultimo modo di andare ad elezioni, che comunque viene già utilizzato da una parte degli statunitensi. Se basterà è ancora troppo presto per saperlo. Certo è che, come sempre accade, le elezioni nelle quali uno dei due contendenti è il Presidente uscente sono in larga parte un referendum sul suo operato dei quattro anni precedenti. E in questo caso l’esperienza non può dirsi positiva, specialmente negli ultimi, straordinari mesi. La gestione dell’emergenza del COVID-19 da parte di Trump è stata ed è disastrosa e l’economia ne sta subendo conseguenze più che preoccupanti. Lo stesso si può affermare della politica estera, che l’amministrazione gestisce innalzando pericolosamente tensioni esistenti o creandone di nuove e di quella ambientale, di fatto ignorata o smantellata se giudicata ostacolo all’economia tutt’altro che verde basata sul petrolio e i carbonfossili. Starà agli elettori giudicare se Biden e Harris saranno in grado di fare meglio dell’attuale amministrazione, farsi carico delle domande della popolazione e gestire un’eredità difficile sulla quale pesa come un macigno l’epidemia del nuovo coronavirus. È una questione di fiducia, in un momento in cui la fiducia nella classe dirigente potrebbe essere scarsa.

C’è poi un dato che riguarda il Partito democratico e di conseguenza tutta la politica statunitense. Harris, candidata vice di un candidato Presidente quasi ottantenne, ha di fronte a sé la concreta possibilità di prendere in mano le redini del partito tra quattro anni. Sarà la nuova esponente dell’establishment, designata oggi per svolgere un ruolo maggiore in futuro. Non è un fattore di secondo piano, considerato che su molti temi può contribuire a far fare passi avanti verso maggiore uguaglianza ed equità alla società statunitense. Nel frattempo l’ala di sinistra del Partito democratico esprime diverse figure sempre più influenti, alle quali non è escluso che vengano affidati ruoli all’interno di un’eventuale amministrazione a guida Biden. È nel bilanciamento delle diverse forze interne che potremo capire che piega prenderà il partito e se i repubblicani risponderanno condannandosi al trumpismo o torneranno invece su binari più tradizionali. Se la polarizzazione partitica, cioè, ha raggiunto la sua massima distanza per ricomporsi su grandi temi, magari l’ambiente o la politica estera (o, come sostiene Obama, la stessa tenuta democratica del Paese), o se invece è arrivata al suo punto di non ritorno e il futuro sarà ancora più frammentato di quanto non lo sia il presente.   

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