Biden-Harris, la svolta americana

di Giorgio Catania, Junior Fellow del CSA

Habemus Praesidentem. Dopo circa 4 giorni dall’Election Day, Joe Biden ha superato la fatidica soglia dei 270 Grandi Elettori, diventando il 46º Presidente degli Stati Uniti d’America. Decisiva è stata la vittoria in Pennsylvania, arrivata dopo una lunga maratona elettorale.

L’affluenza record (circa 150 milioni di elettori) ed il margine ristretto tra Joe Biden e Donald Trump hanno reso particolarmente lento lo scrutinio, tanto che i principali media e network televisivi hanno cautamente aspettato prima di assegnare gli stati all’uno o all’altro candidato. Stando ad alcuni analisti, sembrerebbe che stati come il Nevada e l’Arizona – saldamente Repubblicani da decenni e quindi non avvezzi ad essere in bilico – non abbiano investito a sufficienza in risorse e personale per i loro uffici elettorali, contribuendo a rallentare lo spoglio. Le grandi proporzioni del voto postale hanno poi giocato la loro parte significativa nella dilatazione ulteriore dei tempi. Infatti – affinché il voto per posta sia valido – è necessario che le buste siano integre, che le firme su di esse siano corrette e che le schede arrivino a destinazione. Un processo molto lungo.  

Come pronosticabile, proprio i voti per posta hanno favorito Biden. Durante tutta la campagna elettorale, i Democratici hanno costantemente invitato i loro elettori ad utilizzare questo strumento per evitare il rischio contagio ai seggi. Cosa che non ha fatto Trump, convinto che dietro il voto per posta si celino truffe e brogli e per questo deciso a portare la sua battaglia in tribunale. Il risultato naturale è che gli elettori repubblicani hanno votato soprattutto di persona, mentre gli elettori democratici hanno optato principalmente per il voto a distanza.

Joe Biden ha ottenuto 75 milioni di preferenze (un numero destinato a crescere), diventando il Presidente più votato della storia americana. Il Covid-19 si è rivelato uno dei temi cruciali della campagna elettorale ed il fatto che oltre 84 milioni di persone hanno votato per posta testimonia la paura del virus da parte di molti americani. Di fronte alla minaccia pandemica, l’approccio dei due candidati è stato chiaramente antitetico. Da una parte Biden ha sempre indossato la mascherina ed esortato i cittadini ad ascoltare gli scienziati, empatizzando con tutti coloro che avevano subito un lutto; dall’altra Trump ha negato la violenza del virus, minimizzandone i rischi e scontrandosi più volte con scienziati come Anthony Fauci.

La reputazione di Trump è stata poi pesantemente danneggiata dalle proteste del movimento Black Lives Matter. Il Presidente non ha mai condannato le violenze della polizia ai danni degli afroamericani, strizzando l’occhio alla destra radicale e alimentando lo scontro tra le fazioni in campo. Biden è riuscito a prevalere anche grazie agli errori di Trump, tanto che milioni di persone si sono mobilitate per evitare un secondo mandato repubblicano, premiando il volto più rassicurante dopo 4 anni di tensioni.

Oltre ad aver vinto in tutti gli stati in cui Hillary Clinton era risultata vincente nel 2016, Biden è stato capace di riconquistare la porzione cruciale del Midwest; Wisconsin, Michigan e Pennsylvania. Proprio quegli stati che Trump aveva clamorosamente strappato ai Democratici, alimentando la narrazione del “Presidente amato dalla classe operaia bianca”.

Se, come sembra, il nuovo Presidente riuscisse ad aggiudicarsi anche Arizona e Georgia – dove i Dem non vincono da decenni – taglierebbe il traguardo dei 306 Grandi Elettori, gli stessi che ottenne Trump nel 2016 con circa 63 milioni di voti. La vittoria di Biden assume una dimensione storica per due ulteriori motivi. In primo luogo perché sconfiggere il presidente uscente è tendenzialmente un compito molto complesso (riuscito solo 3 volte dal dopoguerra ad oggi) ed in secondo luogo perché Kamala Harris diventerà la prima donna e prima indo-americana a ricoprire la carica di vicepresidente.

La reazione di Trump

Pur avendo perso le elezioni (non accadeva dal 1992 ad un Presidente in carica), Trump può dire di aver allargato la propria base elettorale con quasi 9 milioni di elettori in più rispetto al 2016 (71 milioni di voti), dimostrando come il Trumpismo sia tutt’altro che morto in America. “Ho vinto le elezioni, e di molto!” e ancora “Darò il via ad un’offensiva legale”. Sono solo alcuni dei messaggi rilasciati su Twitter da Trump poche ore prima della vittoria di Biden. Messaggi che fanno intendere come la partita non sia ancora conclusa secondo lui e preparano il terreno per delle settimane molto complicate.

Sia chiaro: Trump ha tutto il diritto di chiedere il riconteggio (con scarsissime possibilità di un ribaltamento) in tutti i casi divario marginale tra lui e Biden, ma non di lanciare accuse di brogli senza alcuna prova a sostegno.  Il Tycoon statunitense ribadisce inoltre la sua volontà di non riconoscere il nuovo Presidente e di non invitarlo alla Casa Bianca per la tradizionale fase di transizione. Quest’ultimo sarebbe un momento non scritto ma fondante, in cui il Presidente in carica accetta la sconfitta e consacra il nuovo vincitore in un patto d’onore per il bene del Paese. Mentre una schiera di avvocati ed una piccola parte di senatori sembrano sostenerlo in questa battaglia, lo stesso non sembra fare larga parte dell’establishment repubblicano, fermo sulla decisione di non assecondare Trump nel suo tentativo di delegittimare la democrazia americana. Indubbiamente l’approccio adottato da Trump non rappresenta il biglietto da visita ideale, né per la figlia Ivanka o il genero e consigliere Jared Kushner – che accarezzano l’ipotesi di una futura carriera politica – né per lui stesso.

Il Presidente uscente potrebbe infatti decidere di ricandidarsi nel 2024 ed il suo atteggiamento “negazionista” del risultato elettorale potrebbe costargli il controllo e la fiducia del Partito Repubblicano. Gli ultimi 4 anni ci hanno fatto conoscere una personalità imprevedibile ed impulsiva ed è per questo che una sua ricandidatura alle prossime elezioni non sarebbe da escludere aprioristicamente. In fin dei conti è già successo nella storia statunitense che un Presidente uscente perdesse le elezioni e poi si ricandidasse a quelle successive. Mi riferisco al Democratico Grover Cleveland, Presidente nel 1885, sconfitto nel 1889 e nuovamente Presidente nel 1893.

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