Il nucleare iraniano, Biden e il Medio Oriente. Analisi geopolitica di una delle regioni più instabili del mondo

Di Alessio Marchesani, Junior Fellow del CSA

Se dovessero chiedermi quale sia il mestiere meno sicuro non avrei dubbi nel rispondere: “Essere un ingegnere nucleare in Iran”, e in particolar modo se si è uno dei protagonisti del programma nucleare iraniano. Negli ultimi dieci anni ne sono stati uccisi cinque. L’ultimo in ordine cronologico, e il primo in ordine di importanza, è Mohsen Fakhrizadeh, direttore generale del programma nucleare, assassinato il 27 novembre 2020 ad Absard, provincia di Teheran.

Il presente articolo non ha l’audacia di tentare di trovare un colpevole e un mandante. Secondo le autorità iraniane l’ordine è partito da Israele e Teheran promette una sanguinosa vendetta. D’altro canto, Israele nega qualsiasi coinvolgimento. Tuttavia, l’unico dato incontrovertibile è l’ennesima azione congegnata allo scopo di uccidere un obiettivo vicino al programma nucleare iraniano. Nei primi mesi del suo primo mandato presidenziale, Biden dovrà certamente prendere una posizione in merito e disinnescare una bomba ad orologeria dove è difficile rintracciare il filo giusto.

L’Iran ha sul proprio suolo quattro principali siti nucleari dediti ufficialmente alla creazione di energia nucleare per uso civile ma dove si sospetta si facciano anche studi sull’arricchimento dell’uranio. Gli ispettori della International Atomic Energy Agency (IAEA) che visitano il paese affermano di non avere trovato traccia del programma nucleare militare. Ciò che invece appare certo è la volontà dell’Iran di ottenere la latenza nucleare: non costruire la bomba ma avere la conoscenza teorica per poterla eventualmente produrre.

Tra Stati Uniti e Iran c’è una sfiducia atavica e Washington ha a lungo temuto la volontà iraniana di sviluppare un’arma nucleare. L’amministrazione Obama riuscì nell’intento di orchestrare un accordo nucleare. Quando il patto è stato finalmente concluso nel 2015, è stato ampiamente celebrato come un importante risultato diplomatico. L’accordo con l’Iran, il Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), è stato, quindi, indubbiamente uno dei più grandi successi diplomatici del mandato dell’ex Presidente Obama. È stato firmato il 14 luglio 2015 a Vienna, dalle sei maggiori potenze coinvolte nei negoziati con l’Iran, note come P5 + 1, ovvero i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (Stati Uniti, Francia, Regno Unito, Cina e Russia) e Germania.

L’accordo prevedeva di impedire all’Iran di costruire ordigni atomici e consentire alla Repubblica Islamica di continuare il programma di produzione di energia ad uso civile. In cambio gli altri sei firmatari si sarebbero impegnati a rimuovere le sanzioni economiche imposte da USA, UE e ONU (risoluzione 1747).

La politica della presidenza Trump usò un approccio diametralmente opposto: unilateralmente, l’8 maggio 2018 gli Stati Uniti annunciarono l’uscita dal JCPOA, rilanciando in seguito sanzioni economiche contro l’Iran.

Il Presidente della Repubblica francese, Emmanuel Macron ha condannato a nome anche della Germania e del Regno Unito, in un tweet la decisione del Presidente Trump.

Da quel momento, le tensioni tra Stati Uniti e Iran sono aumentate costantemente e hanno raggiunto un punto di ebollizione nei primi giorni del 2020, suscitando timori di guerra.

L’amministrazione Trump ha continuato sul medesimo solco: è notizia di questi giorni che il Regno del Marocco ha avviato la normalizzazione dei rapporti con Israele nell’ambito dei cosiddetti Accordi di Abramo. Il Marocco è il quarto Paese arabo, in quattro mesi, ad aggiungersi agli Emirati Arabi Uniti al Bahrein e al Sudan, nel processo di avvicinamento a Israele. Trump ha annunciato il raggiungimento dell’accordo, tale politica però non trova favori all’interno della Repubblica Islamica. La tv iraniana Al Alam ha definito l’accordo di pace tra Marocco ed Israele “vergognoso”. Gran parte dello stimolo a concludere gli accordi deriva dalla volontà di costituire un fronte unito contro l’Iran per ridurre la sua influenza regionale. L’Iran è stato inevitabilmente portato sull’orlo di un’isteria generale, sviluppando la c.d. sindrome di assedio. Tuttavia, i problemi sorgono quando nella medesima regione, il Medio Oriente, un altro attore fondamentale soffre della stessa sindrome: Israele.

Nel turbinio nato da questi venti di guerra, sembra essersi gettata anche un’altra superpotenza: la Cina. Le sanzioni statunitensi congiunte a quelle dei suoi alleati hanno portato l’Iran in una recessione economica e nell’urgente bisogno di trovare nuovi partner commerciali. Il petrolio iraniano scontato fornirebbe un’utile fonte di energia aggiuntiva per la Cina, che ha superato gli Stati Uniti come il più grande importatore di greggio del mondo nel 2017 e ha cercato a lungo di diversificare la sua offerta. Nel frattempo, la geografia dell’Iran apre un’ulteriore rotta terrestre per la Belt and Road Initiative (BRI) di Pechino, la tentacolare strategia di sviluppo delle infrastrutture globali adottata dal governo cinese nel 2013.

Il neoeletto Presidente Biden, a più riprese, si è detto pronto a rientrare nell’accordo nucleare qualora l’Iran tornasse a rispettarlo. L’accordo diventerebbe, quindi, un punto di partenza per negoziati futuri.

La strada già tortuosa di suo si presenta dissestata dalle nuove fratture createsi di recente. Unitamente all’assassinio di Mohsen Fakhrizadeh, una politica aggressiva foraggia l’estremismo all’interno del paese. La presidenza Biden si trova immediatamente coinvolta in uno scenario di guerra con il compito di cambiare il copione.

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