Il Congresso USA sotto assedio

Daniele Fiorentino – Università Roma Tre

Le parole di Mike Pence alla riapertura della sessione del Congresso che doveva ratificare l’elezione di Joe Biden e Kamala Harris a presidente e vice-presidente degli Stati Uniti, rappresentano una boccata di ossigeno per la democrazia americana indebolita da un presidente ancora in carica per qualche giorno che incita i suoi fan a non arrendersi e ad andare al Campidoglio per bloccare la conferma del voto del popolo e del collegio elettorale. “A quelli che hanno scatenato il caos nel nostro Campidoglio oggi: non avete vinto! – esordisce il Vice-Presidente – La violenza non vince mai. È la libertà a vincere e questa è ancora la casa del popolo!” Le scene di violenza di cui tutto il mondo è stato testimone la notte tra il 6 e il 7 gennaio sono il definitivo campanello d’allarme che la democrazia americana è sempre più incerta e meno stabile. Per quanto importante e confortante sia che la seconda più alta carica federale prenda una netta posizione a favore del processo democratico, sconfessando le parole e l’operato del suo unico diretto superiore al quale è sempre stato profondamente legato, permane la preoccupazione per la radicalizzazione dello scontro politico negli Stati Uniti. 

I precedenti ci sono, ma rimangono confinati a un distante passato e l’unico che ha contorni simili a quanto avvenuto il 6 gennaio è il cosiddetto Ammutinamento della Pennsylvania nell’estate del 1783, quando centinaia di reduci della guerra d’indipendenza assaltarono il Congresso Continentale, allora insediato nella Independence Hall di Philadelphia perché prendesse immediatamente decisioni in merito alle pensioni degli ex-combattenti, mutilati e invalidi di guerra. Il Presidente del Consiglio della Pennsylvania rifiutò di proteggere il Congresso che si aggiornò altrove mentre il generale George Washington mobilitava di nuovo le truppe per porre fine all’insurrezione arrestando diversi insorti. Da allora si decise che il Congresso e tutto il governo federale avrebbero dovuto avere una sede indipendente da qualsiasi stato portando alla risoluzione di costituire il District of Columbia. Solo in altre due occasioni il governo del popolo è stato minacciato direttamente, la prima dagli inglesi nel 1814, che misero a ferro e fuoco Washington, DC, e la seconda quando i rappresentanti degli stati del Sud abbandonarono o furono allontanati dal Congresso per la loro sedizione. Da lì però cominciò la Guerra Civile che insanguinò il paese per quattro lunghi anni. Si tratta sempre di stato di guerra o di conflitto imminente.

Ciò dovrebbe far riflettere non solo chi è al potere negli Stati Uniti ma tutti i paesi democratici, molti dei quali, come gli Stati Uniti in questo inizio 2021, si trovano nel mezzo di una crisi dell’impianto democratico. La democrazia va rinnovata continuamente, come sottolineò William H. Hastie, primo giudice afroamericano di una corte federale che negli anni quaranta scrisse: “La democrazia è un processo non una condizione statica. È un continuo divenire e non un essere. Può essere facilmente perduta ma mai definitivamente conseguita”. Quanto ha detto Trump rivolgendosi alle migliaia di manifestanti, o meglio insorti, davanti alla Casa Bianca è un atto di sfida alla democrazia e a quanto di più sacro c’è nella cultura americana: la carta costituzionale e “il governo del popolo, dal popolo per il popolo”. Anche se mancano pochi giorni all’insediamento del nuovo presidente legittimamente eletto, Joe Biden, potrebbe essere comunque appropriato mettere in atto quel 25° emendamento, approvato nel 1967 e finora mai applicato, che consente di sostituire un presidente per sopravvenuta incapacità. Il pericolo è che un’azione di questo genere venga interpretata dai sostenitori di Trump come la conferma delle cosiddette elezioni rubate, ma sarebbe un segnale importante per la conferma del processo democratico americano. Una tale sfida alle istituzioni non era mai avvenuta prima da parte di un presidente e la presa di posizione del Vice-Presidente potrebbe essere suffragata dalla conferma che, come recita la Costituzione, il popolo è sovrano e il potere legislativo dei suoi rappresentanti è l’organo principale del governo. 

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