“Musica Libera” nel carcere della Giudecca con la Biennale

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Venezia, 25 ott. (askanews) – Non è la prima volta che la Biennale di Venezia entra nella Casa di reclusione femminile della Giudecca, ma come ogni volta, anche nel caso del progetto “Musica Libera” l’emozione è forte e la sensazione di camminare su terreni difficili, ma estremamente interessanti, si è rinnovata in tutta la sua forza. In quest’ultimo caso la Biennale Musica ha portato i musicisti protagonisti del College 2026 a lavorare con le detenute su workshop e laboratori che hanno riguardato la scrittura, gli ascolti collettivi, l’improvvisazione aperte. E come momento conclusivo del percorso in uno dei cortili del carcere veneziano si è tenuta una performance live con i compositori e le donne della Casa di reclusione.

Senza retorica, ma con molta umanità, le detenute hanno cantato, hanno recitato poesie, hanno proclamato la loro voglia di libertà, di affetto, ma anche la loro rabbia, usando la musica e le parole come liquido di contrasto rispetto alla condizione di recluse. Le tipologie musicali sono state diverse, molto è stato fatto sotto forma di spoken word, e ogni frase era anche quella di un canto di liberazione, che le loro compagne hanno ascoltato dal cortile oppure dai corridoi del carcere, affacciate alle finestre con le grate. In mezzo a loro c’era il pubblico, che ha partecipato, ha applaudito, si è anche commosso e ha ballato. Alla fine, dopo le performance più toccanti, è partita la musica neomelodica e questo è sembrato un modo di dare voce reale alle donne, alla vita dentro lo spazio del carcere, alla voglia di dire ancora sì a una vita che, inevitabilmente, tra quelle mura è monca.

La performance di “Musica Libera” si è insomma trasformata in una festa, ma il punto è forse quello di ragionare sull’eccezionalità di un evento di questo tipo: se si configura come qualcosa di alieno che atterra nella dimensione detentiva e poi se ne riparte verso lo spazio lontano rischia di non lasciare molto, se invece, come ci è sembrato in questo caso, si tratta di un progetto costruito nel carcere, usando le regole e le sintassi del luogo, dando un reale spazio di libertà alle detenute, almeno sul piano della musica e della parola, allora è un’esperienza che rimane viva e presente, che supera le barriere e apre uno spazio di esistenza nonostante il carcere.

Guardando la partecipazione e l’entusiasmo di Maurizia Campobasso, direttrice della Casa di reclusione della Giudecca, la sensazione è che un momento come quello della Biennale Musica sia inserito in un più ampio discorso di cambio delle prospettive, di riduzione delle distanze tra il dentro e il fuori, di valorizzazione dei talenti e di allargamento degli spazi di umanità. Poi è ovvio che la Biennale resta la Biennale e il carcere resta il carcere, che il pubblico esce, mentre le donne della Casa restano dentro. Ma “Musica Libera” ha mostrato che c’è una porosità, una permeabilità tra i due mondi, che può portare qualcosa a entrambe. (Leonardo Merlini)

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