Accordo sul voto ai fuori sede, partiti in fibrillazione su preferenze

4 ore fa

Roma, 10 lug. (askanews) – Alle prossime elezioni politiche gli elettori fuorisede non saranno costretti a tornare nel comune di residenza per votare ma potranno esercitare il proprio diritto nel comune dove sono domiciliati per studio, lavoro o motivi di cura. A quattro giorni dall’approdo in aula alla Camera della legge elettorale, un primo accordo nel centrodestra sulle ulteriori modifiche alla riforma Bignami arriva su un punto su cui sembrava complicato trovare un’intesa politica e una soluzione tecnica. La proposta sul voto ai fuori sede viene annunciata dai leader dei giovani dei partiti della coalizione Fabio Roscani (Fdi), Luca Toccalini (Lega), Simone Leoni (Fi) e Maria Chiara Fazio (Nm).

Manca ancora invece l’intesa sulle preferenze che, su impulso della premier Giorgia Meloni, Fdi vuole inserire nella nuova legge elettorale. “Sono un inguaribile ottimista”, dice Giovanni Donzelli, responsabile organizzazione del partito, spiegando che gli sherpa di maggioranza saranno al lavoro fino all’ultimo momento utile – il termine per la presentazione degli emendamenti scade lunedì alle 13 – per arrivare a un emendamento unitario. “Il centrodestra – ricorda – fino ad oggi non si è mai diviso in nessuna votazione che c’è stata alla Camera dei Deputati o al Senato e non ho motivo di credere che finirà diversamente questa volta. Saremo uniti”.

Per il presidente dei deputati della Lega, Riccardo Molinari, però “incaponirsi sulle preferenze non ha senso”, “gli italiani non le vogliono, lo hanno detto con il referendum degli anni 90”. All’indomani delle parole di Matteo Salvini, lette da molti come un’apertura sulle preferenze (“Noi non abbiamo posizioni ferme”, aveva detto il vicepremier), Molinari precisa che sono state “lette male”: significavano che “per la Lega la legge elettorale non è una priorità, nasce da un’esigenza di Fdi e Meloni. Siamo arrivati a un testo di compromesso, la Lega ha già fatto rinunce”.

Anche per Forza Italia il compromesso raggiunto sul testo uscito dalla Commissione è più che sufficiente tanto che molti tra gli azzurri vedono difficile un’intesa last minute e danno per scontato che alla fine sarà Fdi a presentare l’emendamento. Una ipotesi che dal partito di Meloni nessuno esclude visto che, è la convinzione, “il tema va affrontato”. Non solo perché è politicamente una battaglia della premier ma anche perché resta il tema della dubbia costituzionalità delle liste bloccate così come concepite dall’attuale testo. Dalla sentenza della Consulta sull’Italicum è emerso che le liste rigide non sono di per sé incostituzionali, ma possono diventarlo sulla base della percentuale di seggi assegnati mediante le liste bloccate e della lunghezza di tali liste.

“La proposta in campo c’è, lavoriamo all’intesa”, è il refrain da via della Scrofa: la proposta ruota sempre intorno all’idea di mantenere fermo il listone legato al premio di maggioranza e nei collegi plurinominali prevedere capilista bloccati e preferenze (due o tre, alternando il genere). Per convincere gli alleati, Fi in particolare, era stato proposto anche il modello belga delle cosiddette liste flessibili per cui il candidato che supera un certo quoziente viene eletto prima del capolista. “Ma è un sistema complesso da mettere in pratica e anche da spiegare agli italiani”, viene fatto notare dagli esperti.

Comunque vada, la prossima settimana sarà decisiva e i deputati – molti di loro eletti con liste bloccate – dovranno fare i conti con la proposta delle preferenze. La fibrillazione è alta sia nel centrodestra che nel centrosinistra tanto che, si apprende in ambienti parlamentari, qualche esponente della maggioranza ha già avviato contatti con quanti nell’opposizione sarebbero in difficoltà se dovesse passare la modifica delle preferenze provando a dissuaderli dall’idea, circolata nel campo largo, di disertare l’aula e lasciare emergere le divisioni della maggioranza sul punto. Quindi restare in aula a fare muro contro le preferenze dietro lo scudo del voto segreto.

Voto segreto che tutti danno per scontato anche se, regolamento della Camera alla mano, articolo 51, “la votazione per scrutinio segreto può essere richiesta in Assemblea da trenta deputati o da uno o più Presidenti di Gruppi che, separatamente o congiuntamente, risultino di almeno pari consistenza numerica”. Tra Fdi che ha sfidato le opposizioni a restare in aula e votare con voto palese e Roberto Vannacci che chiede alla premier di invitare gli alleati a non chiedere lo scrutinio segreto chi si sobbarcherà l’ingrato compito?

Un altro emendamento in arrivo da parte del centrodestra è quello che dovrebbe modificare il numero delle circoscrizioni estere per evitare quell’effetto maggioritario che il taglio del numero dei parlamentari produce, ad avviso degli esperti di maggioranza, distorcendo la natura proporzionale del sistema per eleggere i deputati all’estero. Il dibattito è tra l’idea di Fdi di passare dalle 4 circoscrizioni alla Camera e 4 al Senato a, rispettivamente, 2 (Europa ed extra-Europa) e una e l’idea di altri che propendono per una circoscrizione unica anche alla Camera.

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