Report | Diritti civili, polarizzazione e sfide democratiche: verso le elezioni di midterm
KEY TAKEAWAYS
• Le elezioni di midterm del 3 novembre saranno interpretate come un referendum sulla “controrivoluzione” trumpiana, anche se la campagna si gioca quasi interamente su temi materiali come il costo della vita. Un’eventuale affermazione democratica non andrebbe però confusa con un’inversione di tendenza duratura: il vero banco di prova resta il 2028, quando si capirà se il cambiamento avviato dall’amministrazione potrà consolidarsi.
• La restrizione dei diritti civili è evidente e colpisce in primo luogo il diritto di voto. Le pressioni per rendere più difficile l’accesso al voto, la sentenza Louisiana v. Callais (che ha svuotato le residue tutele del Voting Rights Act) e la “guerra delle circoscrizioni” tra Texas e California hanno ridotto a circa trenta, su 435, i seggi della Camera realmente contendibili.
• La polarizzazione della società americana è reale e ha radici sia culturali sia istituzionali. Il disegno delle circoscrizioni sposta la competizione nelle primarie, dove prevalgono i candidati più radicali, mentre i social network e una logica del “con noi o contro di noi” alimentano lo scontro sui temi etici. L’Italia, dove il confronto tra schieramenti opposti resta una prassi consolidata, dovrebbe evitare di importare questa deriva.
• Sul terreno delle identity politics Trump ha, almeno per ora, prevalso, al punto che i democratici hanno operato una ritirata tattica verso i temi economici e l’affordability. I diritti civili restano un fronte aperto, soprattutto a livello statale, ma rischiano di diventare secondari nell’agenda politica, in quello che può leggersi come un ritorno delle questioni materiali su quelle post-materiali.
• Gli anticorpi della democrazia americana esistono ma non bastano a chiudere la partita. Federalismo, tribunali di grado inferiore, università e stampa libera hanno opposto resistenza, a fronte di una Corte Suprema largamente accondiscendente verso l’esecutivo. Sullo sfondo, la crisi dell’ordine neoliberale lascia aperta una domanda di protezione della classe media a cui sarà difficile rispondere in un contesto fiscale fortemente vincolato.
REPORT
Il terzo incontro del ciclo “Verso le Midterm” ha affrontato il nesso tra diritti civili, polarizzazione e tenuta delle istituzioni democratiche statunitensi in vista delle elezioni di metà mandato del 3 novembre 2026. Come chiave di lettura della fase attuale è stato richiamato il saggio What Are We Living Through?, pubblicato nel 2025 dai costituzionalisti
Jedediah Britton-Purdy e David Pozen, che individua tre interpretazioni possibili del trumpismo: una crisi autoritaria, una semplice prosecuzione della “solita storia” americana oppure un cambiamento costituzionale di regime, paragonabile per portata al New Deal o alla rivoluzione dei diritti civili degli anni Sessanta.
Ciascuna lettura contiene un elemento di verità: la prima trova riscontro nello smantellamento delle istituzioni dello Stato di diritto e nella sostituzione di funzionari e militari di carriera con fedeli politici; la seconda nella persistenza di oligarchia, razzismo e corruzione nella storia americana; la terza nel progetto di ribaltare l’egemonia liberal-progressista degli ultimi ottant’anni, smantellando lo Stato amministrativo e sociale del New Deal e della Great Society. Quale che sia l’interpretazione preferita, la restrizione dei diritti civili appare chiara e crescente.
Il caso più emblematico riguarda il diritto di voto, diritto civile per eccellenza. Il Voting Rights Act del 1965 operava su due livelli: garantiva l’effettivo esercizio del voto, in particolare negli Stati del Sud, e assicurava una reale rappresentanza alle minoranze, imponendo di disegnare le circoscrizioni in modo da non frammentare il voto afroamericano. Con la sentenza Louisiana v. Callais dell’aprile 2026, la Corte Suprema ha eliminato l’ultima parte rimasta di questa tutela, ritenendo che tali garanzie violassero esse stesse il principio costituzionale di eguaglianza. A ciò si aggiungono le pressioni dell’amministrazione sul Congresso per introdurre requisiti più stringenti di prova della cittadinanza.
Il ridisegno delle circoscrizioni (gerrymandering) costituisce anche uno dei principali motori istituzionali della polarizzazione. Nel 2025 il Texas, su impulso della Casa Bianca, ha creato cinque nuovi distretti favorevoli ai repubblicani e la California ha risposto sospendendo per referendum la propria commissione indipendente. Rispetto al passato, il ridisegno avviene a metà decennio anziché dopo il censimento, senza più protezioni per le minoranze e con tecnologie che consentono una precisione inedita. Ne risulta che soltanto una trentina dei 435 seggi della Camera e circa cinque dei seggi in palio al Senato sono realmente competitivi: la vera competizione si sposta così nelle primarie, dove i militanti premiano i candidati più radicali. Poiché nel 2019 la Corte Suprema ha escluso la competenza federale sul tema, i rimedi si cercano a livello statale (costituzioni degli Stati e commissioni indipendenti), mentre la competitività di un democratico suggerisce che l’elettorato possa essere meno polarizzato dei partiti.
La dimensione storica completa il quadro. Con il successo del movimento per i diritti civili il Partito democratico ha perso il sostegno dei bianchi del Sud e il controllo stabile del Congresso; le elezioni sono divenute competitive e hanno attratto ingenti risorse finanziarie, ulteriormente liberalizzate dalla Corte Suprema nel 2010. Poiché sul piano economico le differenze tra i due partiti sono rimaste limitate, democratici e repubblicani hanno finito per definirsi soprattutto sulla base dell’identità e dei valori.
Sul piano culturale, la società americana risulta molto più polarizzata di quella italiana. In Italia è prassi consolidata riunire allo stesso tavolo esponenti politici e giornalisti di orientamento opposto, mentre negli Stati Uniti (come in Francia) i cordoni sanitari e le aspettative degli elettori rendono tale confronto difficile. Questa cultura della mediazione è un patrimonio da preservare, mentre i social network stanno importando anche in Italia dinamiche analoghe. Negli Stati Uniti la polarizzazione si è manifestata con particolare intensità sui temi etici (aborto, fine vita, cultura woke e relativa reazione).
Il conflitto sui diritti civili, che secondo lo storico Michael Kazin attraversa gli Stati Uniti da oltre sessant’anni, è stato inoltre alimentato strategicamente dalla Casa Bianca. Sul terreno delle identity politics Trump ha, almeno in questa fase, prevalso: attraverso ordini esecutivi ha colpito le politiche di diversità, equità e inclusione anche nelle imprese private, ha fatto delle atlete transgender nello sport femminile un tema simbolico e ha costruito un forte consenso sull’immigrazione, con forzature giuridiche rilevanti. Proprio questa vittoria ha reso il tema poco efficace in campagna elettorale. I democratici, che nel 2022 avevano vinto le midterm sull’aborto ma non nel 2024, hanno compiuto una ritirata tattica verso le questioni materiali, sul modello della campagna di Mamdani a New York incentrata sull’affordability. Si delinea così un movimento a pendolo, lontano dalla progressione lineare dei diritti teorizzata da T.H. Marshall.
Quanto agli anticorpi, è stato sottolineato che gli Stati Uniti non sono l’Ungheria né la Turchia: il sistema federale lascia margini di manovra a quasi metà degli Stati, governati da amministrazioni ostili al movimento trumpiano, e i tribunali di grado inferiore hanno mostrato una resistenza anche coraggiosa, a fronte di un’ampia complicità della Corte Suprema. La società civile ha reagito meno che nel 2016 e numerosi studi legali, emittenti e università hanno scelto l’accordo con l’amministrazione, con l’eccezione di Harvard. Persistono tuttavia una stampa libera e una società reattiva, pur in un clima segnato dal dispiegamento di forze federali nelle città e da arresti senza garanzie processuali.
Le midterm saranno, come di consueto, un referendum sul Presidente. Il gradimento della guerra con l’Iran è risultato il più basso mai registrato all’avvio di un conflitto e l’aumento dei prezzi del carburante e del costo della vita ha accresciuto il malcontento, che potrebbe tradursi in un’astensione degli elettori meno politicizzati conquistati da Trump nel 2024.
Il malcontento verso il sistema non si traduce però in un aumento delle registrazioni al Partito democratico. È stato inoltre osservato che la tesi del cambio di regime regge soltanto se sostenuta da maggioranze ampie e consistenti: anche in caso di netta vittoria democratica, l’esito decisivo resterà quello del 2028, quando l’affermazione di un successore di Trump consoliderebbe la svolta.
Infine, richiamando la lettura di Gary Gerstle sulla fine dell’ordine neoliberale, la crisi del 2007-2008 e i limiti del primato militare (a partire dall’Afghanistan) hanno indotto parte della classe dirigente a uscire dall’ordine liberale, sia internazionale sia interno, anche in funzione della competizione con la Cina. Sul piano interno, la teoria dell’esecutivo unitario mira a concentrare il potere sulla Presidenza. Un nuovo ordine si afferma però solo quando viene accettato dall’avversario, come accadde con Eisenhower rispetto al New Deal, mentre la società americana resta divisa a metà e il disordine potrebbe protrarsi. Resta aperta la domanda di protezione della classe media (welfare a sinistra, esclusione a destra), difficile da soddisfare con deficit e debito elevati.






