L’isolato comunemente noto come Insula Mattei (o Insula Matthaeorum) insiste sui resti dell’antico teatro di Balbo, uno dei tre teatri in muratura di Roma antica. La graduale presa di possesso dell’intero nucleo prende avvio negli ultimi trent’anni del Quattrocento e prosegue fino alla fine del secolo successivo, quando cioè tutti i fronti viari possono dirsi di proprietà della famiglia.
I primi palazzi moderni realizzati sono quelli dei due cugini Ludovico e Alessandro, rispettivamente il palazzo occidentale su Piazza Paganica e quello volto a nord lungo la Via Papalis (oggi via delle Botteghe Oscure), la costruzione dei quali risale agli anni Quaranta del XVI secolo.
Il Palazzo Mattei di Giove, compreso tra la via dei Funari e l’attuale via Michelangelo Caetani, è l’ultima grande residenza familiare, costruita a completamento dell’Insula, e nasce per volontà del marchese di Giove, Asdrubale Mattei (1556-1638), figlio di Alessandro e fratello minore di Ciriaco (1545-1614) e del cardinale Girolamo (1547-1603). L’edificio sostituisce un gruppo di case di Paolo Mattei, zio di Asdrubale, come frutto della concezione unitaria dell’architetto Carlo Maderno (1556-1629) che ne segue il progetto e la realizzazione dall’inizio alla fine, inserendosi pienamente nella tipologia di palazzo nobiliare romano mediata dagli esempi di Domenico Fontana e Giacomo Della Porta. Oltre alla sobrietà dell’impaginato è caratteristica la marcata contrazione degli interassi tra le finestre che si infittiscono in corrispondenza dei due portali. Nei prospetti principali Maderno compie una scelta consapevole di continuità linguistica, più che di sperimentazione, avendo cura di rapportare le quote delle cornici marcapiano del nuovo edificio a quelle della vicina casa paterna di Asdrubale.

La costruzione del palazzo si sviluppa in tre fasi principali procedendo non ‘per piani’ bensì per blocchi verticali. La prima fase, svoltasi nel triennio 1598-1601, vede la realizzazione del blocco di camere poste tra la via dei Funari e via Michelangelo Caetani (rispettivamente di tre e di sei campate finestrate) gravitanti attorno ad un piccolo corpo scala centrale abbinato alla cappella. Le maestranze che avviano la costruzione vengono però sostituite nel giro di pochi mesi, cedendo il passo ad alcuni consolidati collaboratori di Maderno: così il capomastro Matteo Carnevale subentra a tale Marcello del Fico, mentre gli scalpellini Francesco Saccomanni e Stefano Buzio, ingaggiati nel dicembre 1598, vengono congedati entro l’agosto 1599 e sostituiti da Francesco de Rossi.
Tra il 1600 e il 1601 si dà avvio alla prima campagna pittorica con le storie di Giuseppe ebreo. Nel palazzo è attiva la nutrita bottega di Cristoforo Roncalli (1552-1626): per il ricco salone d’angolo intervengono Antonio Circignani (1567-1630 ca.) e Prospero Orsi (1560 ca.-1630 ca.), due le quadrature di Tarquinio Ligustri (1564-ante 1621) e ancora affreschi di Camillo Spallucci (1570-1650 ca.) o del poco indagato pittore Cristoforo Greppi.
Una seconda stagione costruttiva prende avvio dal 1604, proseguendo la graduale sostituzione degli antichi caseggiati. L’interruzione dei lavori deve ricondursi ad alcune dinamiche ereditarie degli immobili di Paolo: una coppia di case minori risulta infatti di proprietà congiunta di Asdrubale e Ciriaco, i quali raggiungono un accordo solo alla fine del secolo, mentre la demolizione avviene in quello stesso anno 1604.
Si avviano anche le fondazioni della loggia verso il cortile e prosegue la realizzazione della facciata sud del palazzo, lungo la via dei Funari, in direzione della vicina Piazza Mattei. Al fianco del citato Francesco de Rossi compare un nuovo scalpellino, Matteo Castelli: a loro si deve l’esecuzione, in questo periodo, del pregiato camino in testa al salone d’onore che si va realizzando al piano nobile. Nell’uso dei marmi ritornano le cromie del camino di Palazzo Farnese. Contestualmente, la riconferma del Castelli come capomastro si affianca alla singolare scelta del committente di affidare gli stucchi decorativi ad una figura specializzata, Donato Mazzi, già attivo presso la bottega di Castelli. I preziosi stucchi che decorano il palazzo e, in particolar modo, il nuovo scalone monumentale, testimoniano la volontà di Asdrubale di adornare il palazzo con opere plastiche di prima scelta, tanto da richiedere un duplice criterio di valutazione differenziando il peso economico degli stucchi a stampo da quelli più complessi.
Entro il 1606 l’intera porzione occidentale del palazzo può dirsi conclusa: nasce così la sequenza delle «stanze nuove», ovvero il gruppo di ambienti compresi tra il salone e la scala monumentale per il cui ornamento, dal marzo 1606, viene individuato il pittore bolognese Francesco Albani (1578-1660).
La terza fase realizzativa (1613-1618) vede completata la seconda metà dell’ala orientale, con le sale adornate da Giovanni Lanfranco (1582-1647) e il volume che comprende la Galleria con gli affreschi dei cortonesi Pietro Berrettini (1596-1669) e Pietro Paolo Bonzi (1576-1636). Prosegue poi l’opera del Mazzi, concentrata quasi esclusivamente su corte e giardino posteriore, divisi dalla loggia-filtro in corso di realizzazione.
Nella elegante composizione generale, la discontinuità trova riscontro nella distribuzione interna degli spazi come anche nella mancata corrispondenza delle modanature: il salone del piano nobile non appare infatti centrato rispetto alle tre arcate del loggiato, occupandone solo due, mentre le fasce marcapiano del cortile non coincidono perfettamente da un prospetto all’altro.


