Cina e Russia, come si muoverà l’America di Biden

Di Giorgio Catania, Junior Fellow del Centro Studi Americani

  1. USA-CINA

A differenza di quanto si possa pensare, la Cina resterà il principale antagonista degli Stati Uniti. Biden e la sua amministrazione non cambieranno la rotta ma saranno comunque chiamati a ricostruire una relazione bilaterale con Pechino. Non sarà facile, considerati i rapporti ai minimi storici tra le due superpotenze dopo 4 anni di presidenza Trump.

Nel corso del suo mandato, l’ex Presidente ha infatti avviato una guerra commerciale senza precedenti contro la Cina, ha definito il Covid-19 “virus cinese”, ha sanzionato centinaia di imprese cinesi in affari con Washington e funzionari cinesi dopo i fatti di Hong Kong. Un incremento delle attività spionistiche – insieme ad una crescente aggressività nel Mar Cinese Meridionale – hanno ulteriormente deteriorato i rapporti tra Stati Uniti e Cina.

Biden dovrà riuscire a riaprire un dialogo con Xi Jinping, riportando la diplomazia sul tavolo delle trattative. L’obiettivo rimarrà lo stesso perseguito durante gli anni della presidenza Trump: contenere e contrastare l’espansione della Cina, sia sul fronte economico che su quello geopolitico. Un proposito che incassa il supporto bipartisan del Congresso, vista la concreta possibilità che Pechino possa diventare prima economia globale e contendere il primato geopolitico a Washington.

Nel corso degli ultimi anni, il neopresidente ha più volte sostenuto la necessità di mantenere un approccio rigido nei confronti della Cina. La guerra commerciale non finirà nel breve periodo. Come Trump, Biden crede infatti che il Dragone stia adottando pratiche “scorrette” ed acquisendo vantaggi sleali, con l’obiettivo di ledere il settore delle tecnologie e la proprietà intellettuale dell’impresa americana. Ciò che cambierà sarà il metodo: la nuova amministrazione mira a costruire un fronte comune strategico con tutte le democrazie mondiali. In questo modo potrebbe acquistare un potere contrattuale enorme per dossiers cruciali come gli standard commerciali internazionali, la difesa dei diritti umani e l’autonomia di Hong Kong e Taiwan. Proprio i diritti umani hanno avuto un rilievo fondamentale nella prima telefonata tra Biden e Xi Jinping. Il nuovo inquilino della Casa Bianca ha più volte sottolineato la sua preoccupazione per la violazione dei diritti umani ad Hong Kong e nello Xinjiang, dichiarando che si batterà per garantire libertà e dignità ai cittadini cinesi. A tal proposito, il nuovo segretario di Stato Anthony Blinken ha recentemente sostenuto di essere d’accordo con il suo predecessore Mike Pompeo: la Cina sta commettendo un “genocidio” contro la minoranza musulmana degli uiguri. Parole che segnalano un’attenzione cruciale sul fronte dei diritti umani da parte della nuova amministrazione.   

Sul fronte asiatico possiamo aspettarci una politica più inclusiva da parte del neo-presidente. La strategia sarà quella di intensificare i rapporti con i paesi della regione, spaventati dalla politica espansionistica di Pechino e perciò propensi ad accettare un supporto da Washington. Sarà nell’interesse degli Stati Uniti rinsaldare piattaforme come il Quadrilateral Security Dialogue – di cui fanno parte India, Australia e Giappone – per evitare che il Dragone domini incontrastato il continente. Lo scontro si concentrerà ancora nel Mar Cinese Meridionale, dove da anni gli americani perseguono una politica di contenimento ai danni della Cina.

2. USA-RUSSIA

Durante gli anni della presidenza Trump, Joe Biden ha più volte definito la Russia come una minaccia alla democrazia occidentale, ribadendo la sua volontà di potenziare la NATO e costruire un argine internazionale contro l’autoritarismo espresso da Putin. Nonostante il rinnovo del trattato START (per il disarmo nucleare), è molto probabile che assisteremo ad un graduale irrigidimento nei rapporti tra Mosca e Washington. L’avversione di Biden nei confronti della Russia di Putin è il frutto di anni trascorsi a capo della Commissione Esteri del Senato – durante l’amministrazione Bush – e della vicepresidenza – durante l’amministrazione Obama. Esperienze che gli hanno consentito di seguire con attenzione la politica aggressiva del Cremlino e l’escalation che ha portato all’invasione della Crimea, maturando la decisione di non riconoscere alcuna sfera di influenza per nessun paese.

È dunque lecito aspettarsi che Biden intensifichi i rapporti con i Paesi dell’Europa orientale, che percepiscono la Russia come una minaccia alla loro autonomia ed indipendenza, a maggior ragione dopo il caso della Crimea. Nel corso degli ultimi anni Joe Biden ha approvato e supportato la decisione di Donald Trump di inviare armi all’Ucraina, sostenendo di volerla accogliere – insieme alla Georgia – all’interno della NATO.

Nonostante il nuovo Presidente sia propenso ad adottare un approccio duro e rigido, dovrà comunque svolgere un lavoro di mediazione. Il Partito Democratico non è infatti un monolite e accoglie al suo interno diverse anime: da una parte coloro che vedono all’orizzonte una nuova Guerra Fredda e dall’altra coloro che credono in una cooperazione maggiore con la Russia.

Più volte in passato ci sono stati tentativi che miravano ad una riconciliazione tra le parti. Prima con George W. Bush – che definì Putin un democratico con cui parlare – poi con Obama – che propose il celebre “reset” dei rapporti diplomatici – ed infine con Trump – che promise una nuova era nelle relazioni tra le due potenze. In nessuno di questi casi si è registrato un effettivo avvicinamento tra Mosca e Washington. E difficilmente avverrà nel futuro prossimo, a maggior ragione dopo il caso Navalny. Come sostengono diversi analisti, il motivo è chiaro. Aldilà della retorica nelle dichiarazioni, aprire alla Russia significherebbe liberarla dallo stigma del nemico e conferirle una sua legittimazione. Il contesto strategico che ne deriverebbe finirebbe per spianare la strada a Putin nel nuovo continente e lo porterebbe a trovare facili intese con le maggiori potenze europee.

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