West Asia: il nuovo epicentro tra Mediterraneo, Golfo e Indo-Pacifico – Riflessioni dell’evento del 4 maggio al Centro Studi Americani

1 ora fa

Ripensare il Medio Oriente non come periferia, ma come centro di connessioni strategiche tra Mediterraneo e Indo-Pacifico. È questa la tesi al centro dell’evento “Verso un ordine internazionale – West Asia”, ospitato al Centro Studi Americani lo scorso 4 maggio e costruito attorno al volume di Mohamed Soliman, analista del Middle East Institute, che propone una ridefinizione non soltanto terminologica ma geopolitica della regione.

Il punto di partenza è che il termine Middle East non basta più. Nato all’interno di una visione strategica britannica di inizio Novecento, secondo Soliman oggi non riesce più a spiegare le dinamiche di un’area che non può essere letta separatamente dall’India, dal Golfo, dal Mediterraneo orientale e dall’Indo-Pacifico.

“Il termine Middle East è molto limitato alla nostra comprensione della geopolitica di oggi”.

Per questo Soliman propone di sostituirlo con West Asia, una categoria che ridefinisce lo spazio strategico come sistema integrato “dal Mediterraneo all’Oceano Indiano”, in cui energia, infrastrutture, capitali, spazio, tecnologia e supply chains creano interdipendenze sempre più dense. Non si tratta dunque di una semplice discussione semantica, ma di una diversa architettura mentale e strategica. Come ha spiegato lo stesso autore, “when you redefine geography on your own terms, you’re able to define a set of parameters around which partners and countries matter to that security architecture / Quando ridefinisci la geografia secondo i tuoi stessi termini, sei anche in grado di definire l’insieme di parametri in base ai quali determinati partner e Paesi assumono rilevanza all’interno di quell’architettura di sicurezza”.

L’Europa dentro West Asia

Uno dei passaggi più interessanti riguarda il ruolo europeo. Secondo Soliman, paesi come Italia, Francia e Grecia non possono più considerarsi osservatori esterni: sono già parte integrante di questo spazio strategico. Una provocazione che ha aperto il dibattito sul posizionamento europeo, soprattutto in una fase in cui l’Unione Europea fatica a esprimere una visione strategica unitaria.

Su questo è intervenuto l’ambasciatore Giampiero Massolo, sottolineando come oggi “sono saltati tutti gli schemi a priori”. L’Europa, ha spiegato, si trova di fronte a una scelta non più automatica tra integrazione comunitaria e coalizioni più flessibili di Stati.

“Porsi come Unione Europea oggi è un’opzione. C’è anche l’opzione di perseguire obiettivi come coalizioni di Stati nazionali”.

Massolo ha riconosciuto la forza del concetto di West Asia, legandolo alla logica della geografia funzionale: non contano più soltanto confini e mappe politiche, ma reti, infrastrutture, flussi di capitali, persone e tecnologie. Tuttavia, ha anche lanciato il principale caveat emerso durante l’evento:

“La geopolitica presenta il conto”.

Tradotto: le interconnessioni esistono, ma vengono continuamente sospese o deformate dalla logica della sicurezza. “Mentre si bombarda, tutto il resto non conta”, ha osservato Massolo, sintetizzando il paradosso di una regione pensata come hub di connessione ma attraversata da guerre, rivalità e instabilità sistemica.

Iran, containment e crisi dell’ordine regionale

Il conflitto con l’Iran è stato il secondo grande asse del confronto.

Soliman ha ribadito con forza la propria opposizione a un’escalation militare diretta, definendo il contenimento come unica opzione strategicamente sostenibile per Washington:

“This is a book on containment”.

Secondo l’autore, una guerra estesa contro Teheran consumerebbe risorse strategiche americane preziose e danneggerebbe la capacità degli Stati Uniti di concentrarsi sulla vera priorità geopolitica: Cina e Taiwan. “Every war that uses more American resources is a war of choice / Ogni guerra che richiede un ulteriore impiego di risorse americane è una guerra scelta, non una necessità”, ha sottolineato.

Nicola Pedde ha offerto una lettura complementare, spiegando come la questione iraniana non sia più soltanto nucleare. Oggi, ha osservato, i dossier centrali sono diventati Hormuz, deterrenza missilistica e resilienza militare iraniana.

“The nuclear issue has become the number two element, or even three. / La questione nucleare è ormai diventata il secondo tema, se non addirittura il terzo, in ordine di importanza.”

Pedde ha sottolineato come il vero nodo negoziale ruoti sempre più attorno alla libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz e alla capacità dell’Iran di esercitare deterrenza economica e militare.

Gli Stati Uniti tra pivot to Asia e impossibilità del disimpegno

Un altro elemento ricorrente è stata la contraddizione strategica americana: Washington dichiara da anni la volontà di spostare il proprio focus verso l’Indo-Pacifico, ma continua a essere risucchiata nel teatro mediorientale.

Soliman ha insistito sul fatto che gli Stati Uniti non possano più immaginarsi come unico security provider regionale. Al contrario, la regione starebbe evolvendo verso un modello di sub-security architectures, cioè architetture di sicurezza ibride, multilivello e flessibili.

“America is not the only security player anymore./ Gli Stati Uniti non sono più l’unico attore in grado di garantire sicurezza nella regione”

Nel suo framework emergono due sistemi competitivi:

  • un asse Indo-Abrahamic (India, Israele, Emirati);
  • un asse Indo-Islamic (Pakistan, Turchia, Arabia Saudita, Egitto).

Non blocchi rigidi, ma coalizioni funzionali, variabili e competitive.

Dal multilateralismo alla frammentazione

Se la proposta di Soliman guarda a una nuova geometria strategica, altri interventi hanno insistito sul lato più disordinato della fase attuale.

Dal panel è emersa con forza la diagnosi di una crisi del multilateralismo tradizionale e di una crescente frammentazione dell’ordine globale.

Tra gli interventi più netti, è stato osservato come oggi non si possa più parlare neppure di “disordine”, ma quasi di una fase di un-order: assenza di regole condivise, alleanze ad hoc, power politics e coalizioni opportunistiche.

Il Golfo stesso viene letto non più come blocco coerente, ma come spazio attraversato da rivalità interne, tensioni tra Arabia Saudita ed Emirati e crescente asimmetria nelle relazioni regionali.

Il punto politico dell’evento

Il valore dell’incontro non è stato tanto offrire risposte definitive, quanto proporre una nuova lente interpretativa.

La tesi di fondo emersa dal dibattito è duplice:
da una parte, West Asia appare come una categoria analitica utile per leggere le nuove connessioni strategiche che uniscono Mediterraneo e Indo-Pacifico; dall’altra, quasi tutti i relatori hanno riconosciuto che questa stessa regione è oggi definita da rivalità crescenti, instabilità e centralità della sicurezza.

In sintesi, la vera domanda non è soltanto come chiamare il Medio Oriente, ma capire se il nuovo ordine internazionale si stia costruendo proprio qui, nello spazio compreso tra Hormuz, Mediterraneo, Golfo e Indo-Pacifico.

Come sintetizzato nel messaggio finale dell’evento:

il focus non è solo nominare diversamente la regione, ma comprendere che in essa “si sta giocando una parte decisiva del nuovo ordine – o disordine – internazionale”.

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